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Tema 2013

IX° Festival Biblico

«Se conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10a). Fede e libertà secondo le Scritture

Premessa

La nona edizione del festival biblico scommette ancora una volta sulle Sacre Scritture quale libro di fede e di vita, grande codice culturale dell'occi­dente e proposta di umanità piena. A partire da esse intende offrire a tutti la possibilità di pensare attorno a questioni essenziali per il cammino dell'uomo e delle nostre società. Il tema 2013 «Se conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10a). Fede e libertà secondo le Scritture, in sintonia con l'anno della fede indetto da Benedetto XVI e con le celebrazioni per i 1700 anni dall'editto di Costantino, apre un discorso impegnativo e decisivo, perché si tratta della questione "Dio” e di quell'atteggiamento umano nei suoi con­fronti che molte religioni chiamano "fede”. Se fino a pochi anni fa molti tendevano a liquidare il di­scorso "fede” e "religione” come qual­cosa di superato e ideologico, oggi la negazione di Dio e delle religioni non è più trendy come si pensava un tempo e la que­stione sottesa ritor­na ad essere que­stione sensata, aperta e pro­mettente. Gli argomenti evoluzionisti di Dawkins o la critica dennettiana alla fede ispirati ad argomen­tazioni di stampo positivista possono turbare solo quanti sono stati formati a credere alla Bibbia in modo "letterali­stico” e alla scienza in modo "infallibilistico”, men­tre l'autentica fede biblica e cristiana in Dio non contrasta con le scien­ze (che peraltro si sanno imprese diffe­renziate e probabilistiche) perché queste due realtà – come ha visto Pascal – si confrontano non appartenendo identicamente allo stesso ordine di cose. Il Festival biblico 2013 - come promette il titolo modellato su Gv 4,10 - intende approfondire il tema della "fede” alla luce delle Scritture bibliche con attenzione alla sua portata spirituale e umanizzante e mettendolo in rapporto al "dono” e alla "libertà”: facendo questo ci introduce a un'altra domanda cruciale che ha interro­gato e interroga profondamente l'umanità moderna e at­tuale, ovvero la questione se la fede contrasti la liber­tà umana e l'umana giustizia o non ne sia invece con­dizione fondamentale di sviluppo e maturità.

Per un primo approfondimento del tema: il dono, la fede, la libertà

Gv 4,10 parla dell'esperienza della fede parlando di un dono. Sul tema del dono, che appare sempre più come un qualificante della forma umana di relazione e di scambio, oggi c'è una ricerca molto viva e interessante. Che cosa accade quando un uomo parla ad un altro uomo? Che cosa accade quando un uomo offre un dono ad un altro uomo? Alla domanda va ri­sposto anzitutto: qualcosa va da colui che dona o parla verso co­lui che è fatto oggetto di un dono o interlocu­tore di una parola. La fonte che è nel donante, il fatto che egli un giorno co­mincia a parlarci e a donarci qual­cosa, non può provenire da chi è fatto oggetto del dono o part­ner del dialo­go: essa deve essere semplicemen­te accolta. Nello stesso tempo va riconosciuto che se un dono non fosse ri­conosciuto e accolto come tale non sarebbe dono: io non ho ancora ricevuto un dono per il fatto che colui che vuole donare pone qualche cosa accanto a me o opera qualcosa nel mio spirito, senza che io me ne accorga o lo intenda e riceva nel suo carat­tere di dono lasciandolo vivere in me come dono. Questo vale an­cora di più quando il dono è una parola che mi viene rivolta, anche quando si tratta della parola di Dio. In­fatti appartie­ne alla parola che essa dica qualcosa a qualcuno. Quindi proprio la parola, come ogni dono, è una re­lazione. Tale relazione parte da colui che parla o dona e, in questo senso, non è derivabile da me. Ma essa proprio partendo da lui, va al di là di lui, verso me, verso colui al quale è rivolta: vuole essere udita, compresa ed eventualmen­te accetta­ta. Rientra in questo processo il fatto che l'uomo ascolti la parola e riceva il dono e li comprenda fa­cendoli propri nella sua responsabilità umana, così che il dono ricevuto si mantenga in lui come dono in at­to nel donare. Solo in questi processi – che sono processi di libertà - la parola non è più una semplice emissio­ne di suono e diventa parola e il dono non è un semplice trasferimento di qualcosa, ma diventa dono. Pertanto il pro­cesso del donare e del parlare richiede, in quanto relazione, una certa forma di partecipazione da am­bedue le parti: il donatore e il donatario. Non si può divid­ere l'evento del dono in due parti: chi parla e dona compie l'insieme o la totalità di questo movimento di rela­zione; e d'altra parte colui al quale sono in­dirizzati la parola e il dono compie parimenti da parte sua que­sto insieme, quantunque esso derivi dal suo partner. Nel contesto del festival biblico ciò che ci interessa è la posizio­ne dell'uomo/donna quale destinatario del dono e della parola di Dio nell'atto del credere. Nella forza dei suoi sensi, della sua ragione e della sua libertà l'uomo coopera re­sponsorialmente a realizzare l'evento nel quale gli ven­gono donati da Dio la parola e lo spirito della fede.

La struttura antropologica e sociale del dono e della parola che abbiamo delineato è al cuore di quella che chiamiamo espe­rienza della fede, sia sul versante profondamente umano e umanizzante, che su quello reli­gioso e sacrale. Alla base di ogni agire e pensare umani vi è infatti sempre un iniziale credere, una pi­stis, che at­traversando il dub­bio si tra­sforma in inves­timento fiducioso, senza del quale gli atti liberi e i saperi che ca­ratterizzano l'umano esistere non avreb­bero vita così come ce l'hanno. Gli atti umani, anche quelli più ragio­nevoli e calcolati, scaturiscono da atti di fede e di fiducia con cui ci affidiamo, per il futuro, a qualcuno o a qualcosa che ci riguarda o ci interessa: si pen­si – ad esempio - a ciò che è alla base dell'esperienza amorosa o dell' intraprendere una nuova iniziativa econo­mica, scientifi­ca, cultu­rale. Nel caso dell'at­to di fede cristiano l'affidarsi che co­stituisce un luo­go sorgi­vo dell'esistenza umana si apre ad accogliere nella libertà la rivela­zione gratuita di Dio che la chiama ad una relazione nuova con Lui e con gli altri la quale in certo senso fa ri­nascere.

L'evoluzione teologica dell'idea cristiana della fede ha condotto a identificarla, non senza l'impulso conver­gente della teologia biblica e dell'esperienza spirituale, come la risposta libera dell'uomo alla libera rivelazio­ne personale di Dio in Gesù Cristo, e dunque ad assegnarle la struttura antropologica di un'esperienza real­mente umana, individuale e sociale, esistenziale e storica. Tale relazione è ori­ginata dall'iniziativa della gra­zia, ovvero dall'azione con cui Dio, liberamente e sorprendente­mente, con fatti e con parole, si volge all'uo­mo e al di là di ogni sua attesa e di ogni suo desiderio chiama la sua libertà a un cammino capace di rifigurar­e l'esistenza umana alla luce di quella di Cristo. L'esistenza credente che ne scaturisce è tutt'uno con la necess­ità di vi­vere esercitando la li­bertà in un oriz­zonte più ampio di quello delle pure (e in quanto tali inac­cessibili) evidenze empiriche e razio­nali. Ciò si comprende concentrandosi sul­l'essenziale dell' esperienza cristia­na e dell' «atto del crede­re» che la concerne da cima a fondo, e cioè su Dio accolto e rico­nosciuto nella liber­tà come Amore: il significato della storia di Gesù si manifesta allora, da cima a fondo, quale rivela­zione dell'amore deciso e incondizio­nato – affidabile - di Dio per gli uomini. "«Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio in lui» (1 Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni – scrive Benedetto XVI nell'en­ciclica Deus caritas est, al n. 1 - espri­mono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristia­na di Dio e anche la conse­guente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso ver­setto, Gio­vanni ci offre per così dire una for­mula sintetica dell'esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l'a­more che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto». Abbiamo creduto all'a­more di Dio – così il cristiano può esprimere la scelta fonda­mentale della sua vita. All'i­nizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'in­contro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione deci­siva.” In questo senso la fede può essere solo un atto della libertà.

La libertà è quella caratteristica che fa di ogni essere umano un unico personale originale e irripetibile. Se il vocabolario della libertà suscita un consenso quasi spontaneo, specie nei giovani, perché sembra includere la legittimità di un "vivere senza confini”, in realtà la natura della libertà è chiaroscurale. Se la libertà fosse solo il nome di un protagonismo che si esalta a misura di prestazioni, non si capirebbe come la libertà sia quella capacità per cui ciascuno, in qualche modo, diviene "genitore di se stesso”, quel potere di autodeter­minazione che si esercita in una fitta rete di condizionamenti e fonda la responsabilità di me nei confronti di me stesso e degli altri. Essa ci investe di un compito esaltante e rischioso ("decidi di te”) dal quale non pos­siamo dimetterci. E viene alla luce nelle forme dell'alterità che ci costituiscono (come il corpo proprio) e trovano attuazione sintetica e originaria nella relazione interpersonale e nella coscienza. A dispetto dell'i­deale eroico dell'uomo solitario self made man, sco­priamo di essere all'origine di noi stessi nel momento stes­so in cui facciamo l'esperienza di essere "iniziativa iniziata”, ovvero di essere preceduti. Io posso dire "io” soltanto di fronte ad un altro "io” assoluto come me e assoluto per me e il destino della mia li­bertà si decide sempre nell'esercizio concreto delle scelte che, più o meno indirettamente, sono scelte a fronte di altri (non è perciò del tutto esatta l'affermazione che si sente comunemente secondo cui "la mia libertà fi­nisce dove comincia la libertà dell'altro”; l'altrui libertà è piuttosto condizione della mia). È a questo livello – an­tropologico fondamentale – che la realtà della "salvez­za” e la questione di Dio trovano un significato per tut­ti, anche per coloro i quali non giungono a formularli in modo esplicito. Se il tema di Dio riguarda l'asso­luto e l'incondizionato che si è fatto carne ed è entrato nel tempo e nella storia intrecciando un dialogo rivelativo e salvifico con l'uma­nità, sulla base di quanto detto fin qui, esso non può essere "fuori” o "sopra” l'azione e la vita effettiva del­l'uomo e anzi, dimostra la sua incidenza e la sua eccedenza proprio nel cuore della nostra esistenza perché l'assolu­tezza è una qualità della libertà in cui mi trovo posto e incondizionato è il carattere di una relazione che non può essere predeterminata. La questione di Dio si accende e raggiunge la sua determinazione proprio dove, in modo radicale, ne va di me e degli altri.

Essere-nella-fede è il vivere un'amicizia, un'intesa ormai risoluta con Dio che – al di là della dipendenza in­fantile e della ribellione adolescenziale – accetta le contraddizioni della realtà ed è pronta a farsi carico del prezzo dell'amore e della giustizia che non possono darsi senza libertà. Di fronte al Dono che Dio si fa per noi e alla Parola che ci rivolge – dono e parola narrati nelle Scritture – siamo tutti interrogati: "Dio ci ha dato speranza. Ha cominciato: / Lui ha sperato in noi - / Si dovrà forse dire che noi non speriamo in lui?”.

Possibili declinazioni del tema nei percorsi per il festival

Il tema dell'edizione 2013 inteso nel senso sopra descritto, sarà approfondito attraverso alcuni percorsi fon­damentali. Ciascun percorso, secondo l'esperienza ormai consolidata, prenderà forma in diversi linguaggi e modalità comunicative: lezioni e conferenze; dibattiti e confronti; testimo­nianze; preghiera e meditazione; arte, musica, teatro; animazioni per bambini e famiglie; coinvolgimento delle scuole e delle parrocchie ecc.

Percorso biblico.Il primo percorso è quello biblico, fondamentale e qualificante il Festival. Indagherà il rap­porto fede-libertà nelle Sacre Scritture, sia attraverso la ricognizione e la riscoperta di alcune figure della fede presenti nella Bibbia che permettono di porre in luce i dinamismi del credere e anche - poiché il proces­so è ambivalente - del non credere, sia attraverso la riflessione su alcuni dei principali contenuti della fede biblica (spesso infatti la luminosità dei contenuti della fede mette in fuga molti malintesi, mostrando che si rifiutava una fede che non è quella bibli­ca).

Percorso antropologico.Poiché nella Bibbia l'uomo incontrando Dio apprende se stesso il secondo percorso sarà di carattere antropologico. Svolto sia in chiave filosofica e di scienze umane che teologica questo per­corso metterà a tema - anche attraverso le voci di testimoni - l'affidarsi e il credere come atto profondamente umano e perciò ragionevole; approfon­dirà il significato di ciò che rappresentano per l'esistenza umana la fede, la libertà e il loro intreccio, ovvero se e come la fede fa crescere la libertà (e viceversa); svilupperà, anche in chiave educativa, alcune riflessioni sul nesso tra libera disposi­zione di sé e obbedienza alla verità.

Percorso sociale.La fede biblica e quella cristiana hanno una dimensione personale che attiene alla coscien­za del singolo, ma non è un atto individualistico e intimistico: per la struttura relazionale dell'atto di fede e per il suo manifestarsi nelle pratiche e negli stili di vita alla fede cristiana appartiene una costituiva e irrinun­ciabile dimensione comunitaria e pubblica. Il percorso attento alla vita della società nasce da questa consape­volezza. Si interrogherà sul contributo che la fede confessata e vissuta ha dato, dà e potrà dare al cammino della città dell'uomo; cercherà di far luce sul diritto alla libertà religiosa (in particolare come elemento essen­ziale del­l'ordinamento civile e internazionale); analizzerà il rapporto tra fede libertà e comunicazione, fede li­bertà ed economia; fede libertà e tecnica.

(Roberto Tommasi)
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