Tra i tanti viaggi del Festival Biblico di quest’anno, questo è forse il più difficile, il più intimo, il più misterioso.

Sabato 27 maggio, alle 16, presso l’Oratorio del Gonfalone in Piazza Duomo 4, a Vicenza, la scrittrice Antonella Lumini presenterà il suo libro “Viaggio dentro il silenzio”, nato dalla collaborazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari: Un volume che esplora, attraverso la testimonianza di Antonella, la vita dei tanti “eremiti urbani”, persone che nel nascondimento vivono, dentro la città, la dimensione del silenzio.

Nel silenzio… ma pur sempre un viaggio.

Ho sempre scritto di viaggi il viaggio è un itinerario interiore nell’ignoto, a tappe, dove uno va senza sapere esattamente dove, ma si lascia portare, verso un posto dove avvertiamo un grande anelito che ancora non conosciamo.

Quando è iniziato questo suo viaggio nel silenzio?

Avevo 28 anni. Non sapevo nulla di queste cose. Era appena finito il ’68, mi consideravo non credente, ma sentivo un richiamo verso il divino, iniziando così la mia ricerca sui siti archeologici del Mediterraneo, in un periodo in tutti andavano in India. Poi, ho ripreso in mano la lettura della Bibbia e sono rientrata in Chiesa dopo anni di cammino senza sapere dove. La mia è stata proprio una conversione.

Poi, il silenzio…

Provavo difficoltà ad inserirmi dentro gli ambienti di Chiesa, sentendo più forte il richiamo dei monasteri e degli eremi. Quando ci si apre al silenzio quest’immersione ha bisogno di tempi e di spazi. Ci apre alla conoscenza di noi stessi, per incontrare Dio nell’interiorità.

E cosa ha scoperto?

Mi sono accorta che il silenzio parla. C’erano grandi dubbi, ma se pensiamo al primo comandamento c’è scritto: “Ascolta Israele”. Ascolta, perché Dio parla nel silenzio, nel silenzio interiore anche molto profondo. Prima c’è bisogno di una purificazione costante, per levare gli ingombri e a scoprire le parti più vere e più profonde. Nel silenzio avvertiamo la dualità profonda tra il disordine esteriore e il richiamo profondo che viene da dentro.

Che cosa l’ha aiutata in questo viaggio?

Certamente l’esperienza della “Poustinia”, una forma di vocazione e di richiamo al silenzio tipico dell’esperienza ortodossa prima della rivoluzione bolscevica. L’ho letta in un libro di Ekaterina de Hueck Doherty, pubblicato alla fine degli anni ’70. Questa vocazione non rende conto a nessuno: basta una benedizione del prete e poi, senza mediazioni, si va verso Dio nella “kenosi”, svuotamento e spogliazione. Ho mantenuto il mio lavoro part time e ho sentito casa mia come “Poustinia”.

È rimasta da sola?

Assolutamente no. Più uno si pone in ascolto di Dio, più sente gli uomini. Più desideravo la solitudine e il silenzio, più sentivo crescere le persone intorno. Sono diventata più sensibile ai ripiegamenti dell’animo umano e al suo dolore.

Tante forme di vita religiosa si basano su regole. Lei ne ha una?

Ho un un’unica regola: mantenere l’equilibrio tra il dentro e il fuori, tra la vita interiore e la quella esteriore. Tante volte ho provato, ma non volevo forzare in alcun modo la mia volontà, facendo invece sì che la regola crescesse spontaneamente, e con lei crescesse l’interiorità. Volevo trovare un ritmo sereno, aderente alla realtà, mettendo sempre al primo posto la vita.

Non ha sentito il peso di qualche rinuncia?

No. Certe cose cadono come una foglia morta, non è forzatura. Più cresce l’interiorità, più il resto cade da solo perché privo di linfa. Quello che addolora, a volte, è guardare il mondo dall’esterno vedendo come va. Tutto sembra assurdo.

Addirittura?

Sì, ma sento che è in corso un’opera spirituale molto forte. Molto si sta trasformando. Sento che devo rimanere fedele a questo viaggio, ascoltare le persone e guardare in faccia alla realtà di questi tempi.

Condividi su Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn