Bianchi e Petrini: quando il cibo ha solo prezzo e non più valore

C’è un Papa che prende la parola per ricordare al mondo che ancora oggi al mondo c’è chi muore di fame. Un Papa capace di intervenire a gamba tesa sul dibattito in corso sull’alimentazione denunciando “un’economia che non funziona”. Il mondo, intanto, attende per fine giugno la sua prossima enciclica a tema ambientale che muterà per sempre la sensibilità dei cristiani nei confronti del creato.Al Festival Biblico il confronto tra il priore di Bose Enzo Bianchi e il fondatore di Slow Food Carlo Petrini dal titolo “Pane che dà la vita”non poteva proprio puntare sul vago, perdendosi in citazioni e osservazioni astratte, ma tocca senza troppi giri di parole il dramma di una società opulenta nella quale il cibo ha perso il valore e ha conservato solo il prezzo. E si tuffa in un mondo paradossale nel quale i contadini – i custodi e i generatori di cibo – arrivano persino a soffrire la fame.«Il cibo è prima di tutto relazione tra me stesso e la terra – ha esordito Bianchi – una terra che è comunità di creature. Ma la custodiamo? Viviamo in armonia con gli animali? Oggi viviamo nella barbarie. Usiamo gli animali, riempiti di veleni e antibiotici come mero carburante, ferendo la sinfonia che dovrebbe essere il nostro rapporto con i viventi. Non siamo più consapevoli di quello che mangiamo». Ma l’uomo non solo non è consapevole di ciò che mangia, ma ignora persino il dramma del fratello: «La dimensione del cibo richiama anche la relazione che ho con gli altri. Su sette miliardi di esseri umani ottocento milioni soffrono per il troppo cibo, mentre un miliardo è denutrito e altri ottocento milioni patiscono la fame. Chi accumula ricchezza senza mai condividerla con chi è nel bisogno possiede una ricchezza maledetta. Cinquant’anni fa la Chiesa, nel Concilio, osava dire che i beni della terra sono per tutti e far morire qualcuno di fame è come ucciderlo. La nostra fede cristiana non solo chiede equità, ma la impone».Per il priore di Bose il ribaltamento di questo modello malato inizia dagli scaffali delle nostre cucine: «Dobbiamo smetterla di sprecare: in Italia il 43% del cibo che compriamo viene buttato via. Siamo preda di una bulimia incontrollata, la nostra ottica è ormai quella di riempire il frigorifero. In televisione ci sono cuochi che preparano ricette impossibili che mai faremmo a casa: siamo pieni di riviste di ricette che rubano spazio a libri e riviste pregne di significato. Dovremmo imparare a riciclare il cibo come facevano i nostri nonni».Carlo Petrini ha invece aperto il suo intervento esprimendo le sue perplessità sull’Expo di Milano: «Doveva trasformarsi in una grande discussione sul futuro del cibo, sulle tecniche per conservare l’acqua, sul come le antiche sapienze potessero dialogare con le scienze moderne. A Milano va invece in scena una retorica volgare, basata sull’ostentazione dell’opulenza. Ad Expo dovevano essere protagonisti i contadini e invece vi si recano i turisti per osservare stupende architetture vuote di contenuti». Petrini, però, ad Expo ha preso parte lo stesso, al di là di ogni polemica: «Un contadino marocchino della rete di Terra Madre mi ha ricordato come una “sedia vuota non paga mai”. Mi ha invitato a partecipare ad Expo per raccontare la testimonianza dei piccoli».La Carta di Milano, il documento universale che dovrebbe gettare le basi per l’alimentazione sostenibile del futuro, per Petrini si dimentica di tre questioni. La prima è la speculazione sul cibo: «Parliamo ancora di Made in Italy quando gli allevatori vengono pagati 32 centesimi per un litro di latte. Nel frattempo l’India, gli Emirati Arabi e la Cina comprano terra in Africa, sottraendola ai contadini, per estrarre biodiesel dalle piante. E poi ci stupiamo se questi popoli scappano?».È un contesto nel quale le multinazionali possiedono l’80% delle sementi e obbligano i contadini nei paesi poveri a comprarle ad ogni raccolto: «Anche questa è una forma di violenza che tanti missionari cercando di combattere».Carlo Petrini, nipote del fondatore del Partito Comunista Italiano definito simpaticamente da don Antonio Sciortino, moderatore del dibattito, “ancora nel cammino verso Damasco”, ha ricordato nel corso della serata l’amichevole telefonata con papa Bergoglio sul dramma dell’emigrazione, all’indomani dalla strage di Lampedusa e della coraggiosa visita del successore di Pietro nell’isola siciliana. Tra il gastronomo e il papa, entrambi di sangue piemontese, anche uno scambio caloroso all’insegna delle rispettive nonne, rappresentanti entrambe di una civiltà più semplice: «Ho raccontato al Papa la storia di una cuoca delle Langhe, che cucinava solo a mezzogiorno delle raviole stupende. A chi le domandava perché non cucinasse anche di sera per guadagnare di più, rispondeva che non ci teneva ad essere la più ricca del camposanto. Tutti ridono ascoltando questa storia, ma questa cuoca aveva trovato una dimensione economica capace di darle felicità, permettendole di curare la famiglia e coltivare gli affetti anche a scapito della ricchezza».



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