Ciò che fraternità non è, di card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna

Siamo in un momento opportuno per cercare di capire cosa significa essere fratelli e sorelle o invece essere membri di un condominio, essere familiari oppure soci, interessati solo a quelli che appartengono alla mia realtà e di cui posso fidarmi o da cui posso aspettarmi qualcosa.

 

Papa Francesco, ci ha affidato “Fratelli Tutti”, che è un’enciclica ma soprattutto un compito: imparare a pensarci assieme visto che stiamo scoprendo, a malapena, che stiamo sulla stessa barca, che viviamo nella stessa casa comune, che il destino dell’uno e dell’altro sono legati tanto da parlare di una comunità di destino. Fratelli tutti significa esattamente il contrario di tutti uguali! Il grande mare di internet sembra permetterci di essere finalmente noi stessi, di esibire le nostre individualità, gelosi depositari della nostra casella o nascosti dietro qualche nickname, ma in realtà ci trasforma, condizionati da algoritmi che regolano e influiscono sui nostri stessi desideri e scelte.

Cosa non è fraternità? Iniziamo dai primi due fratelli, Caino e Abele. Non è fraternità pensare che quello che è suo è tolto a te. Caino è geloso di Abele e si lascia dominare dal suo istinto, quello che doveva moderare. La piena riconciliazione sarà quel Padre che Gesù indica come il suo e che spiega a tutti e due i fratelli che “tutto ciò che è mio è tuo”, insegnando ad uno che non deve impadronirsi di quello che è già suo e all’altro a sapere gioire di tutto e non dei suoi meriti. La divisione tra i due fratelli diventa omicidio, uccide la fraternità. Il “divisore” rende la differenza inimicizia, fa crescere i confronti, le distanze, tanto che quello che potrebbe essere una ricchezza (io non sono uguale a te ma siamo insieme e quindi diventa anche una tua ricchezza), diventa inimicizia. L’aspetto più diabolico della divisione è la guerra, l’abisso estremo della divisione, che schiaccia chiunque, umilia la vita tanto da renderla un oggetto, così che il fratello non riconosce il fratello. Ogni guerra è fratricida.

Il contrario della fraternità non è solo la divisione ma è quello più pericoloso, innocuo, banale: l’indifferenza. Papa Francesco insiste a farci comprendere quanto è colpevole, perché la abbiamo teorizzata, codificata e nell’esasperazione dei diritti individuali senza il noi resa regola. L’indifferenza è la dimostrazione pratica che l’altro non conta, non ha diritti, anzi; non vale, non interessa. Chi di indifferenza colpisce di indifferenza perisce, perché uccide, credendosi assolta e garantendo una specie di copertura che si chiama omissione. Ma da Gesù in poi questa non è più accettata: non puoi dire più non hai fatto nulla di male perché ci è chiesto: cosa hai fatto di amore? Il sacerdote e il levita potevano tranquillamente giustificarsi dicendo: “non siamo stati noi!”, “non potevamo fare nulla”, “ci siamo rimasti così male…!”, magari chiedendo con forza provvedimenti contro i banditi o lamentandosi che la sicurezza non era più quella di una volta e chiedendo aiuto per quello che avevano dovuto vedere. Ecco, questo non basta! Il prossimo dell’uomo mezzo morto è solo il samaritano. E solo il prossimo di Gesù, chi lo conosce e si fa amare da Lui, chi dona qualcosa da mangiare o da bere o un po’ di visita o un vestito sarà suo. Cosa non è fraternità? Lasciarla qualcosa di romantico, senza risolvere le cause dell’inimicizia o della sofferenza del fratello, accontentarsi di dire “va in pace” magari compiacendo paternalisticamente dei propri buoni sentimenti o anche umiliando chi ha freddo chiedendo come ha fatto a ridursi così!

Non è fraternità il giudizio, per cui il monito evangelico, così poco osservato, “non giudicare” ci continua a fare guardare la pagliuzza, ignorando la trave e soprattutto a non essere fratello di mio fratello. Non è fraternità credere che abbiamo un destino diviso e a farlo in maniera pratica, con le furbizie, con il fare a meno del prossimo! Saremo giudicati proprio sul prossimo e su quale relazione abbiamo avuto con lui! Non è fraternità cercare un futuro senza gli altri, chiedendo un posto per sé perché si cercava un posto solo per sé, come Giacomo e Giovanni. Non è nemmeno fraternità l’essere di Nazareth tutti suoi! Non basta! I suoi non lo hanno accolto commenta amaramente il prologo di san Giovanni e fratelli del Signore non sono quelli di Nazareth che pensavano di esserlo per diritto o per eredità, ma chi ascolta e mette in pratica. Ecco. Cos’è fraternità? Un cuore solo e un’anima sola, tanto che nessuno era povero tra loro perché avevano tutto in comune. Certo. Erano fratelli e sorelle. Tutti sulla stessa barca, tutti nella stessa stanza, fratelli tutti.

 

 

 



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