Ciotti, Rigoldi, Colmegna: la lezione dei preti di strada

Le periferie salgono in cattedra al Festival Biblico , e lo fanno attraverso la voce di tre preti di strada. Tre preti che hanno imparato a fare i preti non tanto e non solo dai libri del seminario, ma dall’incontro con gli ultimi, i poveri, gli stranieri, i drogati, i giovani in carcere senza più speranze. Una lezione esemplare quella che oggi Ciotti , Rigoldi e Colmegna hanno dato a tutti i presenti in Piazza Duomo sotto il tendone del festival.
Inizia ricordando la sua vocazione don Luigi Ciotti , fondatore del Gruppo Abele e di Libera Associazione : «Lavoravo già con i ragazzi in preda alle dipendenze, ma ho sentito il desiderio di farmi prete, di capire se poteva essere una strada adatta a me quella di lasciarmi “mangiare” un po’ di più dai poveri. Il giorno della mia ordinazione il vescovo, padre Michele Pellegrino, a tutti i ragazzi di Abele che erano in attesa di conoscere la mia destinazione, disse, guardandoli in faccia: “Lui è nato con voi, e ve lo lascio. Ma affiderò a lui anche una parrocchia: la sua parrocchia sarà la strada”. Mi lasciò lì ad imparare il volto di Dio da coloro che fanno più fatica». Don Gino Rigoldi , “prete di strada” milanese, opera al carcere minorile “Beccaria” da 42 anni : «Ormai faccio parte del mobilio», scherza. La sua opera, “Comunità Nuova”, ha una genesi semplice: «Un ragazzo mi disse che quella sera sarebbe uscito e non aveva un posto dove andare. Lo accolsi in una stanza. Il mese dopo eravamo in trenta». Poi, il ricordo dei meno fortunati: «Ho celebrato trecento funerali di ragazzi morti di Aids. Allora non c’erano i farmaci di oggi… Sapete, se prendi una persona che ha bisogno non devi giudicarla, devi solo aiutarla, fare ciò di cui in quel momento ha bisogno. I ragazzi del Beccaria sono tutti figli di migranti o di persone con problemi: sembra quasi che chi è povero sia anche cattivo. Ma se si vanno a vedere le periferie da dove provengono, trovi solo il vuoto. Quarant’anni fa abbiamo fondato il primo centro giovanile in periferia: da sempre ci chiedono soprattutto percorsi di formazione professionale». Don Gino,infine, lancia una chiave di lettura: «Lo stile della vita sta nello stile delle tue relazioni. Insegnanti capaci di relazione sono capaci anche di cambiare completamente il volto di una classe di balordi». Don Virginio Colmegna , presidente della fondazione Casa della Carità , precisa: «La periferia non esiste, si vive. A Sesto san Giovanni una donna alcolizzata, rientrata tardi, nel mezzo di una litigata mi ha detto: “Ricordati, tu sei così perché io sono così”. Mi ha fatto ripensare ai ruoli. Il nostro rischio è quello di trasformare i poveri nelle cavie delle nostre esperienze di bontà: per questo lo stare insieme agli ultimi non è un regalo che facciamo loro, ma lo specchiarci nelle nostre fragilità». Rifiuta le etichette, don Virgilio: «Non siamo preti di strada, ma preti normali che percorrono questo cammino difficile di Chiesa educati dagli ultimi».Spazio anche per l’attualità in questa Lectio Magistralis: «Siamo circondati da imprenditori della paura che sfruttano continuamente tutte le situazioni difficili – osserva don Virginio – comunicare il bene non è facile, ma dobbiamo ricominciare a dare le belle notizie, e soprattutto non possiamo accettare la creazione di capri espiatori». Sulla stessa linea don Rigoldi: «A Milano, su tre milioni di persone, il problema non possono essere duemila rom. Il bello è che a fare le raccolte firme sono gli stessi che poi la domenica mattina si presentano puntuali a messa. Bisognerebbe spiegare che il comandamento dell’amore è un comando, non un optional». E ricorda le esperienze fruttuose di integrazione e di incontro.Don Ciotti tuona: «Il problema non sono tanto i giornalisti o i politici, il problema siamo noi. La prima riforma da fare in questo paese è la riforma delle nostre coscienze. Dobbiamo avere il coraggio di avere più coraggio, lasciare da parte l’indifferenza e la delega e impegnarci in prima persona. Il Padre Eterno è stanco dei bacetti alla Madonna e a tutti i Santi, è stanco di promesse: è ora di saldare la terra al cielo». E ricordando l’umiltà di papa Francesco, esorta ad osservare un percorso già tracciato per mettersi in moto: «I poveri ci indicano la strada, sono loro che costruiscono il nostro futuro. Se non partiremo da loro non capovolgeremo mai la nostra situazione».



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