Coltivare l’umano… Ma quale umano? La sfida del potenziamento.

Coltivare l’umano… Ma quale umano? La sfida del potenziamento.

Nel titolo del Festival Biblico di quest’anno, accanto a “Custodire il Creato” c’è “Coltivare l’Umano”. Ma che significa “Coltivare l’Umano?” . O meglio, che cos’è l’umano?Una domanda apparentemente senza senso ma destinata ad essere ripetuta sempre più spesso nei prossimi anni, dato che si parla sempre più di “potenziamento umano”. Già oggi abbiamo medicine sofisticate in grado di migliorare di gran lunga capacità cognitive o lo stato umorale e tecniche in grado di ricostruire arti od organi interni perduti. Entro pochi anni, avremo tecnologie che ci permetteranno di leggere e migliorare i nostri pensieri e addirittura la possibilità, con l’ingegneria genetica, di costruire nuove generazioni di esseri umani sempre più sani, intelligenti, capaci e moralmente integerrimi. Chi sarà l’uomo nel futuro? Sarà ancora “un uomo”?Luca Savarino , filosofo coordinatore della Commissione Nazionale di Bioetica della Tavola Valdese , si è confrontato con Paolo Benant i, teologo francescano esperto di biotecnologie .«È da vent’anni che la filosofia morale e la discussione teologica affrontano il tema del potenziamento umano – racconta Savarino – da una parte ci sono gli anglosassoni laici di orientamento liberale, che sostengono come il potenziamento non sia solo lecito, ma anche doveroso, perché andare oltre i limiti è qualcosa di connaturato all’essere umano. Noi, invece, come chiese valdesi e metodiste, pensiamo sì che l’utilizzo della tecnologia non sia qualcosa da cui difenderci, ma abbiamo espresso alcune preoccupazioni». Perplessità esemplificate nelle posizioni del movimento “transumanista”: «Per loro l’umanità dovrebbe diventare con la tecnologia qualcosa di completamente diverso rispetto ad oggi. Viviamo però in un mondo dove il 90% delle risorse sanitarie sono destinate al 10% più ricco dell’umanità. In questo contesto, il divario all’interno dell’umanità aumenterebbe ancora di più: sono dinamiche culturali e antropologiche che come cristiani faremmo bene a vegliare». Altre preoccupazioni riguardano la natura stessa di questo potenziamento: «In America vi sono genitori che danno il Ritalin, psicofarmaco per bimbi iperattivi, ai loro figli sani per migliorare la performance scolastica. Il potenziamento andrebbe ad aumentare la competizione tra esseri umani, non sarebbe a vantaggio di tutta l’umanità».Paolo Benanti prova a capire come è possibile accompagnare l’uomo alla sfida del potenziamento da una prospettiva etica e teologica: «L’uomo si è accorto che il suo limite è insopportabile da quando è stato affiancato dal computer. Pensiamo al concetto stesso di salute: negli anni ’50 la salute era vista come uno stato di pienezza fisica e spirituale, poi hanno cominciato a definirla come una condizione di normalità nel bel mezzo di due estremi. Ma la normalità, oggi, non basta più a nessuno».Un progetto ambizioso negli Stati Uniti potrà ridefinire il nostro rapporto con il cervello, sede dei pensieri: «Facendo interagire nanotecnologie con i neuroni della materia grigia, il progetto NBIC potrà manipolare i processi cognitivi nella nostra mente. Le prime applicazioni sono previste nel 2021». Il dibattito è più vivo che mai. E la tecnologia non si ferma: «Ci sono implicazioni enormi: è in fase di ultimazione una pillola che permetterà di imprimere ricordi in grado di durare tutta la vita: basterà fissare una pagina per non scordarla più. Questo aiuterebbe moltissimo gli studenti, ma se una ragazza, mentre sta preparando un esame, subisce una violenza, sarebbe costretta a conservare questa memoria viva e forte per tutta la vita». Bisognerà ripensare al concetto di tecnologia: «L’idea classica vede la tecnologia in forma neutra: diventa buona o cattiva sulla base di come viene utilizzata. Per altri, invece, la tecnologia si stacca all’uomo, assumendo una sua consistenza e una sua essenza. La scuola empirica, invece, ritiene la tecnologia un costrutto, una risposta alla domanda dell’uomo sul mondo: se il mondo mi minaccia, la risposta è un’arma. Dunque, la tecnologia mi può aiutare anche a capire qualcosa di me stesso».Per affrontare questo mutamento anche strutturale dell’umanità Benanti è sicuro: «Non ci dovrà essere un governo a regolare questo processo, ma una governance. Serviranno degli spazi efficaci per capire che cos’è il bene per l’umanità, altrimenti diventeremo acquirenti passivi di una tecnologia che altri avranno scelto per noi».



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