Cosa dice l’Apocalisse? di Giuseppe Casarin, biblista

L’Apocalisse nasce come libro, non venne come altri testi biblici prima predicato e poi messo per iscritto, ma è un libro da leggere e poiché si sottolinea come le sue parole siano profetiche, è un libro da far conoscere a tutti: “Non sigillare le parole della profezia di questo libro” (Ap 22,10).

L’ultimo scritto del Nuovo Testamento non smette di suscitare interesse e curiosità e conserva una forza misteriosa e affascinante che colpisce fortemente l’immaginazione dei lettori, suscitando reazioni ed emozioni contrastanti e non di rado diametralmente opposte.

 

A una immediata lettura si sarebbe tentati di pensare che questo libro contenga una descrizione degli eventi finali, ma, in realtà, l’Apocalisse di Giovanni non rimanda tanto alla fine del mondo – poiché nessuno conosce come si svolgerà – bensì annuncia la fine dei tempi nell’evento Gesù Cristo.

In quanto «rivelazione» (άποκάλυψις), il libro vuole affermare che il Risorto è la chiave di lettura di tutta la storia, passata, presente e futura. Invece della «fine dei tempi», l’autore dell’Apocalisse si interessa ai «tempi della fine», ossia al presente della Chiesa che vive nella tappa finale della storia dell’umanità, quella dei tempi ultimi inaugurati dal Cristo con la sua morte e risurrezione.

Chi legge l’Apocalisse è invitato, dunque, a situarsi nei tempi della fine: certo della vittoria dell’Agnello, ma senza dimenticare la realtà difficile e spesso negativa del presente, che lo impegna nell’esercizio continuo e quotidiano della speranza e della perseveranza.

Fin dalle prime battute, l’atmosfera in cui il lettore viene coinvolto è condizionata da una situazione di difficoltà e di sofferenza che sembra caratterizzare la vita del cristiano, delle stesse comunità e dell’umanità nel suo complesso. Una situazione di difficoltà e di caos difficilmente contestabile, mentre non lascia trasparire molto riguardo agli stati d’animo delle persone, con riferimento ai loro atteggiamenti e alle loro reazioni personali in queste particolari condizioni.

Qualcosa di più evidente in questo senso si può rintracciare con uno sguardo più ampio sul libro, quando vengono esplicitate con estrema concretezza alcune tipiche manifestazioni umane di fronte a esperienze segnate dal limite, dalla sofferenza e dal dolore.

All’inizio della seconda parte dell’opera, davanti alla visione del trono e del libro sigillato con sette sigilli, torna in scena Giovanni (come in 1,9), che di fronte all’inaccessibilità del libro, reagisce con un pianto disperato (5,4). Sono lacrime che esprimono l’angoscia e la paura non solo di un uomo solo, ma quella di tutti di fronte all’incapacità di dare un senso ai molti perché della storia umana con il suo carico pesante di enigmi e misteri.

Apocalisse sembra abbia lo scopo di promuovere e sviluppare le potenzialità di ognuno, di indagare e far emergere il processo di maturazione dell’uomo proiettato in un cammino di costante crescita nel solco del progetto di Dio, contesta e smentisce in modo perentorio la valutazione negativa citata in apertura. D’altra parte non sono mai mancate e non mancheranno mai giudizi e interpretazioni del libro negative o quanto meno distorte, discutibili e parziali.

Nel quadro dello svelamento del sesto sigillo, la scena della moltitudine infinita di salvati (7,9-17) ci proietta nella prospettiva escatologica che anticipa la visione finale (21-22). Fedele al suo stile, l’autore rimescola i tempi, nel senso che la fine della storia è già presente qui e ora, la condivisione della vittoria del Risorto sul male è già un evento reale e in atto e quindi non serve immaginare altre soluzioni; in altre parole, Giovanni supera le frontiere del tempo storico per imprimere al suo racconto un orientamento verso il futuro, comunicando una forte dimensione di speranza e di fiducia riguardo alla fedeltà e alla cura protettiva di Dio, in tempi e situazioni particolarmente segnate dalla sofferenza e, come già si ricordava, di tribolazione.

Sulla stessa prospettiva, anche se in termini ancora più suggestivi e quasi poetici, si colloca l’ultima promessa di Dio che «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (7,17). Il nostro autore introduce una significativa aggiunta per sottolineare il coinvolgimento personale di Dio al superamento del dolore e del male: ogni lacrima, come mostra con enfasi l’aggettivo πᾶν, che sgorga dai «loro occhi». Questa dinamica narrativa mette in luce che esiste una corrispondenza tra le realtà terrestri e celesti, tra l’alto e il basso. La corrispondenza, però, non è alla pari: in alto è già tutto deciso e concluso, in basso tutto è ancora in svolgimento. L’alto, il cielo, indica la conclusione anticipata, certa, di ciò che in basso non è concluso ancora.

Raccogliendo qualche spunto finale, si può partire dall’immagine delle foglie guaritrici nel contesto della Gerusalemme nuova, che rappresenta il punto di approdo conclusivo dell’Apocalisse. Si tratta di immagini che mirano a descrivere simbolicamente il compimento della storia delle nazioni, del mondo e di ogni singolo individuo al termine del loro percorso umano, colto in un orizzonte positivo, armonioso e mai assolutamente fantastico o pessimistico. Non si tratta di cullare sogni o illusioni magiche o di cadere in ricostruzioni alienanti, perché nel libro dell’Apocalisse la dimensione escatologica, come autentica prospettiva dell’esistenza umana in tutte le sue componenti e aspetti, è essenziale e non va mai persa di vista. Lo sguardo in avanti permette la corretta e piena comprensione di quanto si sta vivendo nella storia presente ed è un forte appello a scommettere sul meglio, sul pieno recupero e riscatto della realtà umana dalle sue fragilità e limitazioni.

A partire dalla Gerusalemme nuova, mostra che è possibile una nuova immaginazione del reale, un modo diverso di percepire il mondo, dove aver cura significa anzitutto ricordare all’uomo e a ogni persona ciò che è chiamato a diventare, seppur tra le inevitabili difficoltà e sofferenze del suo cammino storico. Così l’esistenza umana si rivela dalla sua fine o meglio si comprende dal suo compimento come piena realizzazione della sua integrità, della sua dignità, della sua volontà e dei suoi affetti e ciò equivale e corrisponde all’ideale di ogni cura umana che tenta, in modo sempre parziale, di promuovere il pieno sviluppo umano e spirituale della persona.

Recuperare uno sguardo contemplativo sulla vita e sul destino positivo di tutta la storia, tra le acque tumultuose della malattia, dell’ingiustizia e della morte, è il principio che permette di agire per il benessere dell’umanità resistendo, con lo sguardo in avanti, alla tentazione di cadere nell’indifferenza o nella rassegnazione.  A partire da questo sguardo contemplativo l’Apocalisse diventa la rivelazione della meraviglia e dello stupore di fronte al mondo, alla realtà che emerge nella vita di ciascuno perché sia custodita e protetta.

 

 



X