Don Mazzi al Festival Biblico: “Gerusalemme, dove tutti siamo nati”, e continuiamo a nascere ancora

Don Mazzi al Festival Biblico: “Gerusalemme, dove tutti siamo nati”, e continuiamo a nascere ancora

Si sente “nato più volte” don Antonio Mazzi, sacerdote dell’Opera don Calabria e noto prete di strada, intervenuto al Festival Biblico di Vicenza per una conversazione a partire dal libro “Gerusalemme, dove tutti siamo nati” delle Edizioni Terra Santa.

«Nel corso della vita di ogni uomo ci sono tante nascite, ancora più potenti di quella fisica, sulle quali non riflettiamo. Mi incanta il fatto che durante la mia vita io sia nato più volte. E per nato intendo proprio “nato”, non solo cambiato. Dal punto di vista fisico, psicologico e intellettuale, infatti, sono “bastardo”, perché sono veneto e veronese: sono sempre stato irregolare».

“Perché il Signore mi ha rubato il papà?”

Don Mazzi rievoca il grande lutto della sua infanzia: «Non ho mai accettato la morte di mio padre: ho sempre fatto piangere mia mamma, una santa donna, presidente parrocchiale di Azione Cattolica, che ha sempre lavorato e che non ho mai visto sorridere. Già “mi rompeva” la Madonna: io ne avevo due davanti. “Perché il Signore mi ha rubato il papà?”, domandavo. Lei mi diceva che bisognava avere fede: ma io volevo solo il mio papà». Questa fase di “ribellione giovanile” è sfociata addirittura nel rifiuto di fare la prima comunione: «Ha dovuto accompagnarmi all’altare il mio nonno socialista perché accettassi di farla».

Da senza papà a papà degli orfani dell’alluvione

La seconda nascita arriva nel 1951, “battezzata” dalle onde dell’alluvione del Po: «Sono spariti paesi interi. Mi sono trovato alla Città dei Ragazzi con bambini che in cinque minuti avevano perso tutto: il papà, la mamma, la casa. Mi sono domandato: se io sono arrabbiato con Dio per aver perso solo il papà, loro cosa dovrebbero fare, che hanno perso tutto? Per la prima volta ho pensato che potevo diventare il loro papà e riempire così il vuoto. Lì, in quel momento, è nato Mazzi Antonio. Mi sono dimenticato di tutto e ho dato la mia vita».

Diventare “padre” nel senso religioso e anche in quello non religioso del termine è stato il punto di svolta: «Dico che se c’è un paradiso, per me è andare a incontrare mio padre. La più grande invenzione di Cristo è stata quella di dire che Dio è nostro Padre: il resto viene dopo».

In cammino con i “tossiconi” con il “Dio della strada”

La terza nascita avviene a Milano, nel 1979, quando don Mazzi aveva appena compiuto 50 anni: «Dirigevo un centro con mille ragazzi attorno al Parco Lambro, il più grande mercato europeo della droga, e mi sono domandato cosa fare». L’intuito: «Ho adoperato l’idea delle carovane scout: vado al parco, prendo i più disperati e ci mettiamo in cammino. Il nostro Dio è infatti il Dio della strada. I discorsi più belli del Vangelo Gesù li ha pronunciati da un monte, quelli dell’ultima cena da una mensa: lì ci ha detto che non siamo più servi, ma amici». Ed è qui che don Mazzi trasforma dei ragazzi schiacciati dalla droga in “amici”: «Il 25 marzo 1984 siamo partiti con la prima carovana: 14 “tossiconi” e tre operatori in giro per l’Italia. Ci ha persino ospitati in vescovado don Tonino Bello, dopo che le suore ci avevano scacciato perché spaventate dai volti dei giovani “tossici”».

Gerusalemme, dove tutti siamo nati

Milano, Ferrara, Verona: tante città sono legate alla vita di don Mazzi. Nessuna, però, come Gerusalemme: «Non è la mia città, è proprio la mia culla. Non sarei nessuno senza Gerusalemme e le sue contraddizioni. Ogni volta che vado a Gerusalemme non chiedo niente, ascolto». Don Mazzi rievoca il pellegrinaggio di due anni fa con i suoi collaboratori di Exodus, dalla notte di veglia all’Orto degli Ulivi fino alla traversata del deserto sul dorso di un somaro. A Gerusalemme Cristo si è manifestato davvero per quello che era: «Pietro era convinto di andare a Gerusalemme a fare la rivoluzione: quando Cristo ha detto che sarebbe morto in croce, gli ha dato del pazzo. Solo dopo la resurrezione Giovanni dice: “Abbiamo cominciato a credere”. Se Gesù è voluto venire qui nella pancia di una donna, se ha voluto morire come è morto, è per essere il nostro pane sopra un tavolo. La messa è un invito personale rivolto a ciascuno di noi: l’altare va messo in mezzo alla Chiesa, non in fondo. E il vino della comunione non può essere il “3×2” delle suore, ma l’Amarone: Dio se lo merita. Io dico la messa a tutte le ore: se non avessi amore per Cristo come farei a vivere?».

Nome: Gesù. Cognome: il nostro.

Qui c’è il senso della risposta data ad un bambino della prima comunione che domandava a don Mazzi quale fosse il cognome di Gesù: «Cristo ha sei miliardi di cognomi: ciascuno di noi ha il cognome di Cristo, perché ognuno è una prova originale e unica». Tutti nati a Gerusalemme, indipendentemente da quello che riporta la nostra carta d’identità: «Gerusalemme è un luogo che ti cambia: Cristo è dentro le contraddizioni degli uomini, e a Gerusalemme c’è Cristo per intero dentro la storia dell’uomo».



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