Enzo Pace: servono dialogo, uguaglianza e buone pratiche civili

Enzo Pace: servono dialogo, uguaglianza e buone pratiche civili

«Giustizia e Pace si baceranno solo se la guerra – e la guerra di religione – cesserà». Vincenzo Pace , docente di sociologia delle religioni all’Università di Padova ed ospite all’edizione numero 12 del Festival Biblico , ci richiama all’essenziale: «In guerra chi soffre di più, e in modo ingiusto, sono i più deboli, i minori, i poveri».   Ecco che cosa ci dice nell’intervista che abbiamo realizzato per voi.   Il dialogo: una ricchezza per la Chiesa  Il magistero della Chiesa lo ha ribadito più volte: «Da Paolo VI in poi, la Chiesa Cattolica ha ricordato sempre come il rapporto tra pace e giustizia appartenga al grande patrimonio rappresentato dal dialogo ecumenico». Ma da soli non bastano: «Accanto a giustizia e pace c’è sempre quello della salvaguardia del Creato, che non è per nulla un aspetto secondario».   Tradurre il dialogo in buone praticheÈ proprio qui che le grandi tradizioni religiose, libere dalle depravazioni della guerra, possono lavorare per la pace: «Il grande dialogo interreligioso, dagli anni ’80 in poi, ha già fatto nei vertici dei passi da gigante. La sfida è quella di tradurre questi alti discorsi in buone pratiche nella società civile. È questa la cifra che delinea le linee del papato di Francesco». Pratiche, che si traducono nei piccoli gesti: «Un esempio è il vescovo di Padova, che invece di fare polemica con il sindaco che gli aveva mandato la polizia con i cani alla mensa dei poveri, decide di andare a mangiare con loro dicendo “vado tra amici”. Sono segni che vanno sostenuti».   Tre passaggi per un dialogo animato da Pace e giustiziaPer far avanzare il dialogo interreligioso sui binari di giustizia e pace il professor Vincenzo Pace suggerisce tre passaggi: «Per prima cosa bisogna uscire dagli schemi ideologici e stereotipati con cui si giudicano gli altri. Bisogna invece andare alla ricerca di persone in carne e ossa e costruire insieme qualcosa nella diversità». Il secondo passo riguarda le nuove generazioni: «Bisogna coltivare le buone pratiche a partire dall’ambiente scolastico, non esasperando le differenze come fanno gli uomini politici, ma usarle in modo educativo queste differenze per far crescere lo spirito di un’unica comunità». Il terzo e ultimo passaggio è un cambio di prospettiva: «Dobbiamo smettere di pensare che ci siano religioni di Serie A e religioni di serie B. Non può esistere un atteggiamento di tranquillità e di apertura con alcune confessioni mentre verso altre, come il mondo musulmano, vi sia quell’ostilità che si riserva a chi viene visto come un potenziale nemico».



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