Fratellanza, di Stella Morra

Perché si usa poco o non si usa affatto “sorellanza”? Già nella parola una storia dimezzata.

 

O forse, nel guardare alla Scrittura, si dice una storia vera: i fratelli nella Scrittura sono un rapporto inevitabile, ma non necessariamente agevole. Da Caino e Abele a Giacobbe e Esaù, conflitti e uccisioni tra fratelli si sprecano. Perché la fraternità solo al maschile (anche quando vissuta da donne) prende facilmente il colore della lotta per il primato e il potere, perché essere primogenito significa aver vissuto l’esperienza di essere “il solo”, e un fratello nuoce, ruba, depriva…

Poi possiamo mettere un po’ di romanticismo e sentimentalismo: ma l’essere fratelli (non bravi fratelli, necessariamente) è l’affermazione della nostra creaturalità, dell’inevitabilità di uno spazio e tempo da condividere, indisponibile al nostro desiderio assoluto.

E il primo e istintivo modo di avere più spazio e tempo per sé è cominciare ad escludere quella metà del mondo che sono le sorelle, così si diminuisce la concorrenza…

Non è un caso che Gesù non fa differenza nel suo rapportarsi e nel discepolato tra uomini e donne: Egli è infatti l’unico che può essere contemporaneamente e veramente Unigenito del Padre e Primogenito di molti fratelli. Si realizza in lui una fraternità di tipo nuovo, una fraternità (e sororità) inclusive, che spezzano l’apparente obbligazione a vedere l’altro/a come colui che toglie spazio, tempo e potere, che deruba e depriva. Perché l’Unigenito porta con sé i molti fratelli e fonda il suo gesto nell’inesauribile spazio di una Origine, un Padre, che è spazio e garanzia per i molti, una casa con molte dimore, in cui nessuno resterà “senza”.

Quando diciamo che siamo fratelli perché figli dell’unico Padre, non diciamo semplicemente un desiderio, né l’ennesima affermazione di potenza e proprietà (siamo figli di Abramo!). Piuttosto compiamo un atto di fede nella “magnanimità” del Padre, nel suo avere la possibilità di non togliere a nessuno, di non dividere, ma di moltiplicare, piuttosto.

In questo mistero grande, la fratellanza, cioè la comune umanità, può diventare fraternità, cioè la possibilità di sfondare il muro della diffidenza e del sospetto reciproco e di assumere la prossimità e la contaminazione della comune origine che garantisce.

Contaminazione: parola cristiana (mangiare lo stesso pane, bere lo stesso vino…) che giustamente ci fa sobbalzare in tempo di pandemia. Come continuare a vivere la contaminazione della fratellanza, in un tempo in cui la carità (ben prima e ben più delle leggi) ci chiede di non contaminare, specie i più fragili e indifesi?

Opporre contaminazione e non contaminazione è un ragionamento da “sani”. Ma specie dopo questi mesi nessuno, e non certo dal solo punto di vista medico, potrà mai più considerarsi sano: saremo tutti e sempre solo “guariti”, nel migliore dei casi. Ed è diverso, perché un guarito ha una immunità, anticorpi, che il sano non ha.

Potrà questa condizione che viviamo aiutarci ad acquisire anticorpi attivi in grado di sconfiggere l’inquinante sospetto che la fratellanza porta con sé e condurci verso una fraternità e sororità inclusive e fiduciose? Il “digiuno” di contaminazione a cui siamo sottoposti (basti evocare l’atmosfera straniante delle liturgie di questi mesi) e che ci ferisce e ci addolora, ma che ci fa sperimentare il primato assoluto della carità sul culto, sull’identità, sull’appartenenza, questo digiuno ci darà gli anticorpi necessari a non confondere più il “mio” mondo con il mondo, la “mia” salvezza con la salvezza, e così via?

Ci stiamo scoprendo tutti vulnerabili, difesi e scoperti insieme, con un possibile punto debole… alcuni più vulnerabili che altri, non per proprio volere, sottoposti a ferite più gravi.

Ma se è vero l’antico detto che “Solo il medico ferito sa guarire”, nessuno è un bisognoso e tutti siamo potenziali medici, e mi pare questo il modo giusto di comprendere il “Siamo tutti sulla stessa barca” detto da papa Francesco. Non si tratta di pensare genericamente che la realtà ci rende tutti uguali (quanto non è vero!), ma piuttosto che tutti siamo chiamati a ripartire dalla nostra propria ferita, quale che sia, per riconoscere quella degli altri, per curare e lasciarci curare.

Perché non torneremo sani, ma solo guariti. E sarà una buona notizia.

 

 



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