Guerra e Pace, il punto con Vittorio Emanuele Parsi

Guerra e Pace, il punto con Vittorio Emanuele Parsi

Il politologo ed esperto di relazioni internazionali, Vittorio Emanuele Parsi , cancella tanti luoghi comuni e inquadra in modo diverso gli sconvolgimenti sociopolitici degli ultimi anni.     Sentite cosa ci dice, da esperto, nell’intervista che abbiamo realizzato per voi.   Fenomeno migrazioni Il fenomeno delle migrazioni e quello dell’insicurezza nello scacchiere internazionale sono collegati? “A quanto pare sì – spiega – ma non nella modalità che in tanti descrivono. È l’insicurezza che causa un’ondata migratoria senza precedenti”. «Parlare di immigrazione è estremamente difficile – ammette – da una parte c’è chi si scatena con l’allarmismo più sfrenato, dall’altra chi si consola con il “va tutto bene”».Secondo Parsi il problema di fondo sta nella natura delle nostre istituzioni europee: «Pensavamo di avere il più bel dirigibile del mondo, peccato che nel frattempo il mondo vada verso gli aeroplani. Abbiamo costruito infatti le istituzioni europee con altri scopi rispetto a quelli attuali: all’epoca l’UE doveva gestire la dismissione dei confini interni. A garantire i confini esterni ci pensava la NATO, ma dopo la fine della guerra fredda abbiamo pensato che le minacce sui confini esterni fossero terminate». Schengen, il trattato che ha cancellato le frontiere dal cuore dell’Europa, è il grande accusato. Il “dirigibile”. «Le istituzioni europee ora sono deboli, rattoppate, dopo il referendum sulla Costituzione. E in questo sistema sono i più forti ad acquisire la leadership: non ci sono le architetture che permettano di mettere la forza dei più forti a servizio di tutti».   Integrazione e cultureAnche la diversità tra le culture è un problema di cui tenere conto, secondo il professore: «Pensiamo ai fatti di Colonia. Chiunque abbia esperienza nel mondo sa che in alcune aree le relazioni di genere sono diverse da quelle che abbiamo costruito noi oggi, ma c’è la stessa impostazione che c’era cento anni fa in alcuni paesi d’Europa. È ovvio che questa nuova presenza vada gestita».   Religione e terrorismoLa religione ha a che fare con il terrorismo? «La risposta di ogni persona di buon senso è che la religione non è la responsabile – dice convinto Parsi -ma che dietro ci siano sempre cause di natura socio-economica. Le rivoluzioni, infatti, sono partite tutte da gente che voleva stare meglio. Nello “scaffale dei sistemi di protesta” trent’anni fa dentro il cassetto c’era il marxismo-leninismo, oggi c’è l’islamismo radicale». Ma c’è un ma: «Per non incorrere in gravi errori non possiamo pensare che però Al Baghdadi voglia solo fare i soldi, o che i predicatori violenti siano solo dei truffatori. Sono davvero convinti di combattere una missione di carattere trascendentale, di realizzare con le loro azioni la volontà di Dio».   Le bombe non bastanoPer intervenire non bastano le bombe, dice poi: «Bisogna calibrare strumenti che combattano le cause della violenza nel lungo periodo». Ma è più difficile se la leadership dell’Occidente è più debole: «La nostra soluzione diplomatica in Siria non sta funzionando. Funzionano le bombe russe. Ma chi sta avanzando? Assad. E l’80% dei morti in Siria lo ha fatto Assad, non l’Isis». E per il professore la stessa impasse si registra in Libia: «Non si stanno realizzando le condizioni della nascita di un governo di unità nazionale. Ogni giorno che passa i gruppi islamisti si rafforzano e rendono sempre più inevitabile un intervento “cinetico” da parte nostra. Il rischio di un intervento del genere è che potrebbe peggiorare la situazione nel lungo termine».



X