Il clima ci cambia? Luca Mercalli e la necessità di un’evoluzione culturale

Il clima ci cambia? Luca Mercalli e la necessità di un’evoluzione culturale

«Chiamiamolo pure creato.È un termine che va bene a tutti. C’è, esiste». Luca Mercalli , presidente dei climatologi italiani, tra i meteorologi più noti al grande pubblico, al Festival Biblico di Vicenza si è domandato se “Il clima ci cambia “. Ma è l’uomo che deve cambiare.«Non sono un grande esperto di teologia – si è schernito subito Mercalli – ma nella Bibbia siamo pieni di avvertimenti non recepiti che si trasformano in disastri. Il più noto tra questi è il diluvio universale, un mito ancestrale rimasto nella memoria degli uomini dopo l’innalzamento degli oceani, dieci mila anni fa, al termine della grande glaciazione. Ma quello che la Bibbia definisce “punizione” si può chiamare anche “conseguenza”».«Superando i limiti della natura avremo a che fare con delle conseguenze spiacevoli. Il mondo è la nostra astronave a bordo della quale viaggiamo per l’universo. Ma ci stiamo comportando con lei come con un elettrodomestico del quale non abbiamo le istruzioni». L’astronave inizia ad accusare dei problemucci: «Sul cruscotto lampeggiano le spie. Il clima è solo una di queste: ci sono anche l’acidificazione degli oceani, il buco dell’ozono, lo squilibrio del ciclo dell’azoto e del fosforo, il calo dell’acqua dolce, gli aerosoli nell’atmosfera, la perdita di biodiversità che non recupereremo più e l’inquinamento, che influisce in modo diretto sulle vite di tutti noi provocando malattie, tra cui il cancro, l’epidemia del giorno d’oggi».Abbiamo iniziato a pensarci un po’ troppo tardi: «Siamo a conoscenza del problema dell’aumento di anidride carbonica in atmosfera sin dalla fine dell’800. Ma per decenni l’umanità si rifiutava di prenderlo in considerazione». C’è da ripensare al nostro rapporto con le risorse: «Nell’Europa occidentale lo spreco è il 30% di tutto,dal cibo all’energia. Lo spreco è stupido: solo eliminarlo potrà garantire in tutti settori ottime professioni qualificate per i prossimi vent’anni, da chi rimetterà in sesto le case a chi risolverà i danni del passato nell’edilizia,nella chimica, nell’agricoltura».Già oggi, in alcuni atolli del Pacifico, si registrano i primi “profughi climatici”, costretti a lasciare i villaggi in cui sono nati per l’avanzare dell’Oceano. Territori densamente abitati come il Bangladesh sono a rischio elevatissimo e tra i barconi dei migranti che arrivano a Lampedusa c’è anche chi sfugge dalla desertificazione o ha perso la sua terra a causa di qualche multinazionale conil fenomeno del “Land Grabbing”: una piaga nei paesi dove non c’è un catastoche possa affermare la proprietà della terra che famiglie di contadini lavoravano da secoli.C’è grande attesa per la conferenza delle Nazioni Unite a Parigi del prossimo dicembre. Si capirà se,dopo il protocollo di Kyoto, qualcosa di buono potrà venire fatto per il nostro ambiente: «Kyoto è stato un fallimento in termini di contenimento dell’anidride carbonica, ma è stato un successo per quanto riguarda le relazioni tra paesi».L’obiettivo è impedire che la temperatura della Terra salga di 5 o di 6 gradi entro il 2100: «Ci dovremmo accontentare di un aumento di solo 2 o 3 gradi.Sembrano numeri piccoli, ma pensare a un aumento di 5 o 6 gradi delle temperature è fanta climatologia. Non conviene nemmeno fissarci nei dettagli.Una terra con queste temperature diventerebbe Sodoma e Gomorra: buona per i dinosauri, non per noi, con oceani più alti o di un metro». Come diceva papaFrancesco, Dio perdona sempre, l’uomo a volte e la natura mai: «Le leggi fisiche continuano sempre il loro corso, non aspettano i nostri negoziati».Invertire la tendenza sideve fare, gradualmente ma si deve fare: «Le fonti rinnovabili sono un forte aiuto ma non sono ancora sufficienti. Siamo chiamati non a una rivoluzione, maa una evoluzione culturale. La Danimarca, paese piccolo, vuole cancellare il consumo di petrolio entro il 2050. Questo non perché il loro impatto sia importante (sono grandi come una singola Regione italiana) ma per un motivo etico, per dare l’esempio al mondo». Già, un mondo insidiato che dovrà per forza liberarsi dalla prigione del Pil e dal mito della crescita incontrollata:«Iniziamo a misurare il benessere e non solo le cifre della produzione: gliUsa, gigante economico, sono però anche il Paese con il maggior consumo di ansiolitici. Il modello esiste già: è quello dei paesi del Nord Europa». Non cidobbiamo dimenticare che stiamo giocando con il fuoco: «Il budget di uno statoè in rosso si può rinegoziare. Ma se ad andare in rosso sono i “conti” della natura, quelli non si possono più ripagare».



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