“Il vento e il vortice” – dal fallimento delle utopie ai “profeti” delle distopie

“Il vento e il vortice” – dal fallimento delle utopie ai “profeti” delle distopie

Le utopie sono morte. E forse è meglio così. A farci compagnia ci penseranno le distopie, scenari apocalittici di un futuro in cui tutto sarà andato storto, che ci aiuteranno a tenere gli occhi aperti per impedirci di commettere gli errori che descrivono con dovizia di particolari.

È questa, in sintesi, la conclusione a cui sono arrivati la filosofa Agnes Heller e l’editor Riccardo Mazzeo nel loro ultimo libro, “Il vento e il vortice”, sulle utopie e le distopie nella storia e nel XXI secolo, presentato venerdì sera al Festival Biblico. Un’occasione preziosa per passare in rassegna le narrazioni utopiche e distopiche della storia, dalla Repubblica di Platone fino ai romanzi dell’ultimo decennio.

Utopie del desiderio e utopie di giustizia

Sono due le utopie che individua Heller: la prima è quella “del desiderio”. Un’età dell’oro, un giardino dell’Eden, dove non ci sono leggi, istituzioni e dominatori e dove ogni desiderio umano è soddisfatto. Accanto a queste utopie, perse in un passato mitologico, ci sono altre utopie, proiettate invece nel futuro o in uno spazio “altro” dal proprio. Sono le utopie che sognano una società giusta, da Platone a Tommaso Moro arrivando a Marx, che per i nostri canoni spesso non sono altro che stati totalitari, dove l’ordine e la sicurezza sostituiscono la libertà dell’individuo.

Romanzieri e profeti

«Il diciannovesimo secolo è stato il secolo della scienza – ha ricordato Heller – tutti ci credevano cecamente, anche per la risoluzione dei problemi sociali. Ma nel ventesimo secolo questo concetto di progresso, dopo i gulag e dopo Auschwitz è crollato». Qui arrivano le distopie, con scenari di autodistruzione dove la scienza non è più l’angelo del positivismo ottocentesco, ma la minaccia dell’apocalisse nucleare. Interessante il parallelismo tra i romanzi distopici di oggi e i profeti dell’Antico Testamento: «I profeti, come a Ninive, preconizzavano la distruzione della città in caso di mancato pentimento, ma se avveniva una conversione nulla di brutto sarebbe successo. Così oggi i romanzi ci dicono che se useremo armi nucleari questo è ciò che avverrà, ma possiamo evitarlo; se ci sottoporremo a leader totalitari questo è ciò che accadrà, ma possiamo far sì che ciò non avvenga».

Il vento dell’utopia può ancora soffiare

Riccardo Mazzeo si è avventurato poi in un lungo viaggio tra le moderne distopie. Romanzi come “Sottomissione” o “La possibilità di un’isola” di Houellebecq, “Il cerchio” di Eggles Dave, “Purity” di Jonathan Franzen, dove la tecnologia e la visibilità diventano i nuovi padroni del mondo, a volte offrendo all’uomo di oggi il lusso di “obbedire” a qualcosa. Distopie utili, utilissime: «Sono d’accordo con Agnes: le distopie ci aiutano. È bene non avere utopie, perché ci porterebbero, come nei secoli scorsi, al disastro, ma è giusto che permanga il vento dell’utopia, che ci spinge a migliorare sempre più: questo deve continuare ad esistere».

 



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