La cucina del Risorto: impariamo da Gesù

La cucina del Risorto: impariamo da Gesù

Tutti a tavola: cucina Gesù. Don Giovanni Cesare Pagazzi , teologo autore del libro “La cucina del Risorto” , porta al Festival Biblico un tema che apparentemente più distante dalla gloria delle volte celesti non potrebbe essere. Il cibo. E invece no.«Ancor prima che impari a parlare, riusciamo a capire se un bambino ha bisogno di qualcosa. Quanta attenzione rivolge Gesù al bisogno, alla fame, alla sete. L’intera vicenda della samaritana in Gv 4 si basa sulla sete e il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è quello più raccontato nel Nuovo Testamento, ben sei volte. Gesù è uno che mangia e beve, tanto che gli danno del mangione e del beone. A differenza di Giovanni Battista, molto probabilmente vegetariano (cavalletta, in ebraico, può voler dire anche locusta), che si ciba come gli uomini del paradiso terrestre, Gesù mangia come gli uomini. Mangia come i peccatori».Condivide con loro il bisogno: «Il bisogno è un padre spirituale severissimo. Una volta che ho mangiato e bevuto, il bisogno non mi fa mangiare o bere ancora. È quando la volontà va contro il bisogno che si diventa golosi. Il bisogno ci manda in bestia perché ci dice che non siamo gli unici esseri al mondo: notiamo il panino, la frutta. E ci fa arrabbiare perché ci fa capire come le cose diverse da noi sono necessarie, anzi, sono anche buone: il gorgonzola è buono, il salame è buono, il pane è buono. E noi non possiamo spesso accettare che esista del buono al di fuori di noi, perché siamo invidiosi».Gesù dice che tutto può essere mangiato, eliminando le leggi del Pentateuco: «Non c’è niente che venga al di fuori dell’uomo che possa renderlo impuro. I primi cristiani hanno fatto più fatica ad accettare che tutto potesse essere mangiato di quanto ne abbiano fatto per imparare ad amare il loro nemico o a morire per la propria fede, perché dire che nessun cibo è impuro equivale a dire che tutte le persone, con le loro usanze alimentari, sono pure. Anche se sono pagane».Gesù è un cuoco molto preciso, uno di quei pasticceri esigenti che pesa al grammo gli ingredienti delle sue preparazioni: «Nella parabola del lievito Gesù non si accontenta di dirci come viene fatto il pane. Ci dice addirittura le dosi, perché cucinare non è semplice. E noi uomini siamo gli unici esseri viventi che cucinano: prendiamo gli ingredienti e li trasformiamo, mescoliamo i gusti, mettiamo, tagliamo, scartiamo». Ci apre gli orizzonti, cucinare: «Io sono lombardo. Pensate al piatto più lombardo che ci sia: cotechino, accompagnato da una polenta sporcata di pomodoro, e poi un buon caffè. Non c’è nulla di lombardo: gli insaccati li hanno inventati gli antichi germani, il mais e il pomodoro vengono dalle Americhe, come il caffè, intuizione dei contadini degli altipiani dell’America centrale. Cosa c’è di lombardo? La capacità di mettere insieme, in questo modo, tutti gli ingredienti. C’è molto più mondo in cucina di quello che si può immaginare, capace di buttare giù tutti i campanilismi».Per cucinare serve fiducia nelle proprie capacità e nell’indole di chi mangerà ciò che prepariamo, servono i tempi giusti, ma soprattutto serve attenzione alla persona: «Non posso preparare un arrosto a un vegetariano, né una meringata a un diabetico. Ma devo essere anche in grado di dare ciò di cui la persona ha bisogno, esattamente come i genitori che camuffano i cibi non graditi ai propri figli in modo che li mangino, perché facciano loro del bene. Gesù non è solo quello che distribuisce cibo a pioggia, nella moltiplicazione dei pani e dei pesci. È anche in grado di cucinare per i suoi amici, quando, dopo essere risorto, appare sul lago di Tiberiade e provoca la pesca miracolosa. Uno chef non si vergogna di cucinare una pappetta a una persona che dopo un incidente ha perso la capacità di masticare. Vale anche nelle relazioni: se una persona è stata tradita o umiliata non andrà raggiunta con bei discorsi sulla vita coniugale o sulla fedeltà, perché in certi casi degli ottimi nutrimenti possono trasformarsi in veleno».Gesù ci insegna: «Seguire Gesù significa anche seguirlo nella sua capacità di cogliere cosa il nostro bisogno dice: non dobbiamo nutrire gli altri sulla base delle nostre buone intenzioni. Dobbiamo nutrirle a partire da loro». Senza mai trascurare il gusto, il piacere: «Nutrirsi è una cosa, mangiare è un’altra. Il piacere è una profezia che Dio ci ha fatto, fatta di carne e di sangue. E questo carne e questo sangue verranno redenti. Per un attimo, col piacere, non sentiamo più il limite: il piacere annuncia la nostra futura redenzione. Per cui, seguire Gesù come cuoco significa non solo nutrire, ma fare in modo che questo piaccia».E conclude: «Sul lago di Tiberiade c’erano solo pane e pesce arrostito. Chissà se gli apostoli si sono ricordati della profezia di Isaia, secondo la quale il Signore degli Eserciti, quando verrà, cucinerà per noi un banchetto di cibi succulenti, di carni grasse e di vini succulenti. Hanno mangiato solo pane e pesce. Ma se Gesù sta cucinando vuol dire che i fornelli sono accesi, e che questo pranzo verrà».



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