La misericordia sconcertante di Gesù – Il racconto e la sensorialità di Luca

La misericordia sconcertante di Gesù – Il racconto e la sensorialità di Luca

Ogni credente ha un Vangelo che sente particolarmente “suo”. Una pagina, che, tra tutte, gli ha permesso di avvicinarsi a Dio più delle altre.

Per José Tolentino Mendonça, sacerdote, poeta e teologo portoghese che al Festival Biblico ha presentato il suo ultimo libro “Gesù. La sorpresa di un ritratto”, questo brano è tratto dalla seconda parte del capitolo 7 di Luca: l’incontro tra Gesù e la peccatrice, che, a casa del fariseo, piange su di lui mentre rompe un vaso di prezioso profumo sui suoi piedi.

Un Gesù da scoprire pian piano

«Queste pagine – ha confermato Tolentino Mendonça – sono la porta d’entrata per capire l’insieme del Vangelo. Luca non fa una teoria su Gesù, non scrive un trattato filosofico su di lui, ma racconta una storia, come se non sapesse ancora chi era». Un interrogativo che si fa viaggio: con Luca anche il lettore, pian piano, si accorge si chi è veramente Gesù. Ed è un viaggio che continua anche nella nostra vita: «Neppure noi sappiamo ancora chi sia Gesù: per questo siamo dei lettori appassionati del Vangelo, perché l’immagine che si costruisce di Gesù pian piano, come un’icona, ci riscalda il cuore come avvenne ai discepoli di Emmaus».

Tuffiamoci nel cuore di Luca 7, 36-50:

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.

Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».

Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».

Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

“La misericordia sconcertante di Gesù”

“La misericordia sconcertante di Gesù” si esprime a partire dal ruolo che il Signore accetta di assumere in questo incontro: «Nel Vangelo Gesù è sempre il protagonista: guarisce, parla, incontra le persone. Qui invece Gesù tace, sta seduto. È questa donna, che non ha nemmeno un nome, a prendere l’iniziativa. Di solito è Gesù che tocca: qui invece è lui ad essere toccato in un dialogo senza parole, un dialogo profondo fatto di lacrime che è un monologo intensissimo. Anche noi non siamo solo “cercati”, siamo anche ricercatori di senso e di verità nei confronti di Gesù».

L’azione della donna provoca delle conseguenze: il fariseo dubita di Gesù vedendolo a suo agio con una peccatrice. Per Tolentino Mendonça «Gesù risolve il conflitto con il dialogo, raccontando una parabola. Il linguaggio della parabola ci aiuta a identificarci con i personaggi ed entrare più a fondo nella nostra vita». Il Vangelo di Luca ricorre al modello del simposio, la mensa dove si costruisce il dialogo filosofico, ma è il racconto il vero motore del terzo Vangelo: «Noi cristiani abbiamo come patrimonio quest’arte dimenticata: stiamo uscendo dal modello catechetico-dogmatico per cercare un nuovo linguaggio per trasmettere la fede. Ma come si trasmette la fede? Raccontando storie, l’arte biblica per eccellenza». Nel parallelismo con i grandi classici della letteratura, i Vangeli erano considerati “opere minori”. Non così per Tolentino Mendonça: «Sono una letteratura popolare, ma anche molto sofisticata, perché riescono a trasmettere vita, emozione e conoscenze in modo molto più efficace rispetto ai paradigmi della letteratura classica».

Le tante differenze con i classici

A Tolentino Mendonça piace fare un po’ di parallelismi tra la letteratura insegnata nei licei classici e le pagine della Bibbia: «In Omero gli eroi hanno un destino prefissato, come Odisseo, nel suo viaggio verso casa, verso se stesso. Abramo invece parte per un luogo sconosciuto, verso il nuovo. Ma la differenza più importante è che in Omero i protagonisti sono i potenti, i principi. Nella Bibbia troviamo un popolo, le donne, i pastori, i poveri, i guerrieri, mostrandoci in questo amalgama di voci polifoniche una varietà mai vista nel panorama classico». In Omero, poi, i volti degli eroi sono ben marcati. Nei Vangeli, invece, alcuni personaggi sono solo abbozzati: «Sono incompiuti perché ciascuno di noi possa completare la loro storia dando loro corpo. Luca, poi, ha una delicatezza estrema nei confronti dei peccatori: li tratta con riservatezza, quasi con pudore, tanto da evitare persino di dire il nome della donna del capitolo 7 del suo Vangelo».

«A me, come teologo ed esegeta, la Bibbia interessa molto non solo perché racconta la verità, ma perché è un racconto. La verità è inseparabile dalla forma, dal modo con cui viene detta e svelata. La stessa verità è il cammino che Gesù che fa con i personaggi, nel detto e nel non detto, nella parola e nel silenzio, nelle emozioni».

Un Dio che si racconta con i sensi

E nel racconto, un Dio che si manifesta attraverso i sensi: «C’è chi ha detto che siamo diventati “analfabeti sensoriali”. Quando pensiamo al dialogo con Dio, lasciamo da parte i nostri sensi e pensiamo a qualcosa di completamente interiore. In realtà, i nostri sensi fisici sono porte per il mistero, antenne che captano il senso nascosto ma vicino di Dio». Dal tatto, primo senso che si sviluppa fin dal grembo materno, fino all’udito, l’ascolto che permette anche di cogliere nel silenzio, tutti i sensi ci parlano della dimensione spirituale. Anche il gusto, secondo Tolentino Mendonça: «Il Signore ha detto: “Ho desiderato prendere la cena con voi”. Gesù ha scelto la mensa come il sacramento della sua presenza, perché alla mensa noi non mangiamo solo quello che è sopra il tavolo, ma ci alimentiamo gli uni degli altri, della loro presenza, della parola, della condivisione». Un Dio che ci sta davanti agli occhi, che parla ai nostri orecchi e che possiamo gustare con i nostri sensi: «Dio non è nascosto, anzi: sta dappertutto. I mezzi per la sua epifania sono i nostri sensi».



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