La terza via dell’Arte, la conversazione etica e la musica del pianista Filippo Faes

La terza via dell’Arte, la conversazione etica e la musica del pianista Filippo Faes

Una conversazione – concerto sulle possibilità sociali dell’arte da condividere con tutto il pubblico presente, alla scoperta deisorprendenti “avvertimenti” inviatici da poeti e musicisti romantici. A condurla, domenica 29 maggioalle 10.30all’Oratorio di San Nicola a Vicenza (stradella S. Nicola 2) , due “creativi”: il pianista Filippo Faese il teologo MartinoSignorettointrodotti da Giovanni Costantini .

Quale giustizia è possibile all’interno del nostro attuale modello disviluppo?E qual è stato il momento in cui l’umanità ha optato per tale modello,imboccando la strada che ci ha condotti alla crisi attuale? Ipotizzandoche oggi siamo testimoni della fine di un ciclo storico, quando èavvenuto il suo inizio? Proprio in coincidenza – ma in assoluta controtendenza – con l’avviodello sviluppo moderno, molti artisti schiusero alla coscienza dell’uomostrade assai diverse e, attraverso vertiginosistratagemmi delpensiero, servendosi della magia dell’arte, alla ricerca di una “Veritànella follia” , tentarono di aprire una “terza via” all’interno di quellalogica binaria che, dalla Rivoluzione industriale in poi, avrebbeingabbiato il pensiero dell’umanità, allontanando pace e giustizia. Un’analisi tra musica e parole da non perdere!

Nella foto il pianista Filippo Faes.  

Di seguito una bellissima introduzione del maestro all’evento del 29 maggio.  

“Tra poco più di due mesi (più o meno tra il 15 e il 20 agosto) il mondo raggiungerà, ancora una volta, l’overshoot day.Sarà il giorno dell’anno in cui l’umanità avrà usato più risorse naturali di quanto il pianeta sia in grado di rigenerare in un periodo di 12 mesi. Per il resto dell’anno, vivremo consumando risorse rubate alle generazioni future. Un Paese come l’Italia utilizza risorse pari a 4,4 volte quelle che il proprio territorio è in grado di produrre; il Giappone è a un livello di consumo in relazione con il suo territorio che, se esteso a tutta la popolazione del mondo, richiederebbe sette pianeti Terra. Per gli Emirati Arabi Uniti ne servirebbero dodici. Parlando a livello globale, se ogni abitante della nostro pianeta pretendesse di consumare quanto un americano medio, ci vorrebbero più di quattro Terre e mezza per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale.dal momento che ogni abitante del nostro pianeta lotta con tutte le sue forze per raggiungere il livello di vita della minoranza ricca, e poiché, come Reagan ha dichiarato e ogni successivo presidente degli Stati Uniti ha sostenuto coi fatti: “Il tenore di vita americano non è negoziabile” sembra chiaro che siamo entrati in un vicolo cieco dal quale, se vogliamo evitare un conflitto globale di proporzioni senza precedenti, si può sfuggire solo con un cambiamento radicale, lucido e coraggioso di direzione, attuando una trasformazione non solo nelle abitudini di vita ma, soprattutto, nel nostro modo di pensare e nella nostra “narrazione del mondo”. Detto questo, accanto all’ovvia domanda su quale giustizia sia possibile all’interno di simile un modello di sviluppo, che implica necessariamente vertiginose differenze nel livello di benessere tra gli abitanti del mondo, una seconda domanda interessante potrebbe essere: da quando ha l’umanità imboccato questa strada? Quando è successo, che l’idea di benessere e qualità della vita ha cominciato ad essere così indissolubilmente legata a quella di una crescita infinita della produzione di merci? Quando è successo che il volano produzione/consumo ha iniziato a girare ad un ritmo sempre crescente? (Pensiamo al fatto che, solo pochi secoli fa, un’espressione come “Stimolare il consumo interno, al fine di accelerare la crescita” – oggi comunemente in uso – sarebbe suonata come una totale assurdità). Probabilmente, il punto di svolta è coinciso con la prima Rivoluzione industriale, avvenuta tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Il forte balzo tecnologico di quei decenni ha posto le basi per il futuro processo di industrializzazione di massa, in cui l’intensificazione, razionalizzazione e accelerazione dei processi di lavoro avrebbe comportato la necessità – per sostenerlo – di un consumo sempre più rapido delle merci prodotte. Ora: è sorprendente notare come, proprio in quegli anni, poeti, musicisti e artisti romantici abbiano imboccato una strada che era esattamente il contrario di quanto appena descritto, come se volessero mettere in guardia le generazioni future, o compensare in qualche modo la deriva che, nei successivi due secoli,avrebbe condotto l’umanità verso una strada di non ritorno. Laddove l’industria nascente imponeva la continua crescita dei ritmi di produzione, e un prodotto sempre più standardizzato (innescando così una omogeneizzazione che necessariamente avrebbe plasmato i gusti e bisogni dei consumatori) i romantici ridussero assai la loro produttività rispetto ai loro predecessori, creando opere dichiaratamente unichee irripetibili. Mentre l’industria richiedeva un processo di produzione sempre più razionale, i romantici aprirono il campo all’l’irrazionalità, al sogno, l’illogicità e la follia; e mentre il progresso tecnologico richiedevail predominio dell’emisfero sinistro del cervello (quello preposto al controllo della logica, del calcolo e del linguaggio), i romantici si lasciarono condurre da quello destro, quello dell’intuizione e dell’ immaginazione sonora. Come sostiene lo scrittore Igor Sibaldi, è probabile chegli esseri umani, quando sono apparsi sulla terra, usassero i due emisferi del cervello in un modo molto più connesso e integrato rispetto ad oggi. Nel corso dei millenni, però, è stata la pressione sociale, la strutturazione sempre più rigida e gerarchica della società, la distribuzione inflessibile di ruoli, che hanno indotto e costretto l’uomo a separare le influenze dei due emisferi, lasciando la parte sinistra predominare. In seguito, qua e là nella storia, sono apparsi solo pochi uomini in grado di utilizzare i due emisferi in modo perfettamente comunicante. Questi sono stati, sostiene Sibaldi, i grandi profeti e grandi mistici.Penso proprio che i grandi musicisti possano ascriversi questa categoria. E, parlando di Schumann, non potrebbe essere che il suo disagio esistenziale, simile a quello di molti dei poeti romantici che egli sentiva così vicini, e che ha portato la maggior parte di loro di avere una vita breve e travagliata, derivasse dal loro uso degli emisferi decisamente controcorrente, rispetto a quanto richiesto dalla loro epoca? In molte civiltà del passato, nel momento in cui un forte pensiero razionale e una gerarchica rigida e cristallizzata prendevano il sopravvento nelle relazioni sociali, si è potuto assistere alla nascita di un pensiero parallelo, di genere opposto, che portava verso la ricerca di una verità ultima, oltre la narrazione del mondo dettata dalla razionalità. E ‘in questo senso, che possiamo vedere la trance in cui Pizia, la sacerdotessa del tempio di Apollo a Delfi cadeva, prima di dare i suoi responsi, o gli stati di reatà alterata degli stregoni messicani Yaqui, come Don Juan Matus, di cui Carlos Castaneda ci racconta nei suoi memorabili libri, o ancora gli effetti dei Koan, brevi storielle senza soluzione logica che il Maestro Zen racconta all’allievo, al fine di “spegnere” il suo emisfero sinistro per un attimo, e permettere ad un flusso di coscienza più profondo e illuminato di emergere.Così forse potrebbe non sorprenderci più di tanto scoprire come alcune opere di Robert Schumann tendano ad attivare questi stessi processi nostra psiche. Il suo modo di ottenerli, però, probabilmente unico nella storia della musica occidentale, non mancherà di sorprenderci.Iniziare ad esplorarlo sarà il tema di questa conversazione…”

Filippo Faes 



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