L’attesa dice il futuro

L’attesa prepara il futuro anticipandolo, immaginandolo. L’attesa è una soglia: nell’attesa il futuro, prossimo o remoto che sia, prende forma nell’immaginazione e già abita il presente almeno nella nostra mente, nel nostro spirito. Ma l’attesa è anche un paradosso: di essa abbiamo bisogno perché abbiamo bisogno di futuro, ma oggi essa è resa impopolare, oscena, bandita dal nostro vivere, a causa delle nostre modalità patologiche di vivere il tempo segnate dall’accelerazione e dalla produttività.

In questo momento in cui il tempo e l’attesa sembrano essere le dimensioni che, più di altre, segnano il nostro vivere quotidiano, l’intervento di padre Luciano Manicardi, che ha aperto l’edizione 2018 del Festival Biblico, appare più che mai attuale.

Riproponiamo di seguito il testo integrale dell’intervento mentre l’audio è riascoltabile a questo link

> https://soundcloud.com/lucianomanicardi

L’ATTESA DICE IL FUTURO di Luciano Manicardi

 

L’attesa come soglia

“L’attesa dice il futuro”. E l’attesa prepara il futuro anticipandolo. Immaginandolo. L’attesa è una soglia. Soglia tra ora e dopo, tra oggi e domani, perfino, nell’attesa religiosa escatologica, tra tempo ed eternità. Nell’attesa il futuro, prossimo o remoto che sia, prende forma nell’immaginazione e già abita il presente almeno nella nostra mente, nel nostro spirito. Si tratti di attendere una persona cara che dovrebbe arrivare entro pochi minuti, o di attendere la fine di una guerra, o l’avvento del Regno di Dio, sempre l’attesa prepara il futuro intervenendo nel presente, operando mutazioni già nel presente.

Già queste annotazioni iniziali ci dicono il paradosso dell’attesa. Di essa abbiamo bisogno perché abbiamo bisogno di futuro. Ma oggi l’attesa è impopolare, è resa oscena, bandita dal nostro vivere, a causa delle nostre modalità patologiche di vivere il tempo segnate dall’accelerazione e dalla produttività. La tecnologia che regola il tempo e domina le nostre vite tende a creare una simultaneità perenne e una prossimità costante rendendo tutto disponibile immediatamente, qui e ora, abolendo l’attesa, giudicata “tempo morto”, facendo scomparire spazi e tempi intermedi sicché vi sono soltanto due stati: il niente e il presente. Secondo questa mentalità, l’attesa è tempo non produttivo, dunque perso; l’accelerazione poi, fa scomparire i tempi intermedi di attesa necessari al superamento degli spazi intermedi così come produce l’annientamento dello spazio, la scomparsa delle distanze, della geografia. La modernità può essere letta come processo di abbreviazione dei tempi di attesa e di eliminazione di tempi e spazi intermedi.

L’attesa è poi sentita come insopportabile proprio in quanto soglia. Il “tra” che la contraddistingue è segnato da indeterminatezza, è abitato da speranza, ma anche da ansia o da angoscia se l’attesa si prolunga indefinitamente. L’attesa è anche tempo di sofferenza, di passione, di pazienza. E la pazienza è la forza nei confronti di noi stessi che ci consente di vivere l’incompiuto, di sopportare l’incompiuto che scopriamo in noi, negli altri, nella storia, nella chiesa. L’attesa priva l’uomo del dominio e del controllo sul tempo: abituati a misurare il tempo con strumenti estremamente precisi e sofisticati che colgono anche le frazioni infinitesimali in cui si divide un secondo, cerchiamo di controllare il tempo, di possederlo, di averlo. Ma il tempo non è un possesso, non può essere complemento oggetto del verbo avere (anche se noi diciamo sempre che abbiamo o non abbiamo tempo) perché in verità nel tempo noi siamo. L’attesa ci sottrae il dominio sul tempo, e in questo è umanizzante, pur situandoci a volte nella speranza, a volte nell’angoscia, collocandoci nella soglia tra paradiso e inferno. È umanizzante perché ci libera dalla nevrosi del controllo del tempo e perché ci ricorda la nostra verità elementare: nel tempo noi siamo. La sapienza biblica esprime questa verità come affidamento al Signore: “Nelle tue mani sono i miei giorni” (Sal 31,16).

Futuro e interiorità

Il sociologo Marc Augé ha intitolato un suo libro: Che fine ha fatto il futuro? Per ritrovarlo dovremmo anche ritrovare la capacità di attendere. Che però vien messa fuori gioco, resa anacronistica, gettata fuori dal tempo, dalla nostra concezione del tempo che impone un totalitarismo del presente. La società pervasa dal dominus del consumo consuma anche il tempo. I prodotti vengono programmati per una rapida obsolescenza, per non avere durata, per essere consumati nell’oggi e per essere poi sostituiti. Il consumo rende il mondo autosufficiente: il mondo del consumo basta a se stesso, non ha bisogno di ieri né di domani, è tutto nell’oggi, nel momento stesso del consumo. Il presente è diventato egemonico. L’attesa è invece implorazione di altro e di oltre. L’attesa è preghiera.

Dove allora cercare il futuro? Il futuro forse non è così lontano da noi: c’è infatti una dimensione interiore del futuro. Se vi sono i fatti e gli eventi che rendono il futuro minaccioso e fonte di timore o addirittura ne occludono l’orizzonte, c’è anche un futuro che giace nell’interiorità, che è a portata di mano se solo si osa l’avventura della vita interiore, della conoscenza di sé, e dunque dell’educazione, del primato accordato ai valori umani. Occorre riscoprire l’otium, cioè un rapporto amicale con il tempo, e osare l’immaginazione e la creatività.

L’otium

La parola latina negotium (“occupazione”) nega l’otium: nec-otium. Il negotium è l’attività, il fare, ma esso è negazione del lavoro più degno che è l’attività spirituale. L’ozio, nel senso dell’otium antico, non è allora il padre dei vizi, ma della creatività. Così inteso, l’otium non è spreco del tempo, ma rappresenta la possibilità di entrare in amicizia con il tempo, e dunque con se stessi, con la vita. L’otium è attività personale, intellettuale, contemplativa, rapporto intenso con sé e con la realtà; non è pigrizia, ma lavoro interiore, costruzione del saldo fondamento su cui si può reggere una vita. Otium significa ritrovare e abitare il tempo. E ricordarsi che c’è una fecondità legata al non lavorare, al non fare, all’astenersi dall’agire, come nella parabola evangelica del seme che spunta da solo e che cresce, matura e porta frutto grazie sì al tempo del fare, ma anche a quello del non fare, dell’attesa, dell’assecondare i tempi della crescita (cf. Mc 4,26-29). Come l’attesa, anche l’otium è inattuale, e quanto mai necessario oggi. Esso è alla sorgente di un atteggiamento contemplativo nei confronti della vita. Il consumo è l’esatto contrario della contemplazione. Il consumo non permette che ci si attardi nella contemplazione. Solo con il coraggio di soffermarci sulle cose, di dare respiro al tempo, solo accogliendo l’invito del poeta Paul Celan quando invoca “è tempo che sia tempo”,   possiamo riscoprirci capaci di stupore, possiamo scoprire la durata del tempo e delle cose, possiamo legare esterno e interno, possiamo fare unità tra passato e presente, possiamo dare fiducia al futuro e fargli spazio. Solo con un atteggiamento ascetico verso il mondo e le cose queste possono consegnarci la loro bellezza.

L’immaginazione

L’immaginazione parte dalla realtà, ma combina in forme nuove elementi provenienti dall’esperienza dandone una nuova configurazione che è propriamente mentale. I prodotti dell’immaginazione, una volta che hanno preso forma, rientrano nella realtà come una nuova forza attiva e trasformatrice della realtà stessa. L’immaginazione crede al futuro: essa pensa, ipotizza e dà forma, almeno mentale, a ciò che non c’è ancora, a ciò che non è ancora. Il non ancora è proprio dell’immaginazione. Anche ciò che nel momento in cui è immaginato non può essere realizzato, comincia ad acquisire diritto e possibilità di esistenza. Comincia a entrare nel mondo abitandone il posto più importante: la mente dell’uomo. L’uomo ha mosso il primo passo sulla luna il 21 luglio 1969: sarebbe stato possibile questo evento se l’immaginazione umana non avesse già sognato e immaginato questo evento da secoli e millenni? Evento che solo a un certo punto ha potuto essere tecnicamente realizzato. Con l’immaginazione la mente umana ha potuto abituarsi pian piano a che l’impossibile divenisse possibile. L’immaginazione è creativa. Biblicamente, possiamo dire che l’uomo non è solo imago Dei, immagine di Dio, ma essendo immagine del Dio che ha immaginato e creato l’uomo e il mondo, è anche homo imaginans, dotato cioè della facoltà e della capacità di immaginare.

L’immaginazione è profetica e prepara e crea futuro. La lezione biblica qui è particolarmente interessante. I profeti hanno saputo, soprattutto nei momenti più bui della storia di Israele, immaginare un tempo futuro, il tempo messianico. Va evidenziato come già istituire l’attesa di questo futuro sia cambiare il presente aprendo orizzonti là dove prima vi era solo chiusura. Noi oggi viviamo ancora di molte di queste attese formulate dall’immaginazione profetica. Pensiamo al tempo in cui “non ci sarà più la morte” (Ap 21,4; Is 25,8); al tempo in cui “non si imparerà più a fare la guerra” (Is 2,4), ma gli uomini “forgeranno in strumenti di lavoro le loro armi” (Mi 4,3). C’è una grande capacità di futuro da parte delle sante Scritture dovute alla potenza dello Spirito che nutre l’immaginazione profetica e apre scenari inediti anche in momenti storici decisamente bui. In tempi in cui gli eventi, i fatti, le contingenze storiche – pensiamo all’epoca dell’esilio e della deportazione a Babilonia – chiudevano il futuro e impedivano la speranza.

Il futuro come responsabilità

Il futuro non è un fato ma una costruzione. Non potendo divinare o prevedere il futuro, occorre prepararlo. Certo, vi sono sempre l’imponderabile e l’imprevedibile, l’incertezza e l’alea, tuttavia il futuro è anche responsabilità di chi vive l’oggi, e, in particolare, responsabilità degli adulti verso i giovani, dei vecchi verso le giovani generazioni. Inutile ripetere la stanca retorica che i giovani sono il futuro del mondo e della società, se poi questo futuro viene loro negato da una società in cui gli anziani continuano a gestire il potere e non sanno né trasmettere né promettere. Promettere è dare forma di futuro al tempo suscitando un’attesa e una fiducia, perché chi fa una promessa, promette sempre se stesso, impegna se stesso. La promessa non mantenuta invece, genera sfiducia. Nella promessa si evidenzia il fatto che la responsabilità verso l’altro è anche direttamente responsabilità verso il futuro. Ecco allora il compito di padri e governanti, insegnanti e responsabili della cosa pubblica, adulti e anziani: promettere e mantenere le promesse. Così, nel contesto fiduciale creato, avverrà anche la trasmissione di esperienza che consente il travaso di autorità e il trapasso indolore tra le generazioni. L’intera Bibbia cristiana si chiude con una promessa che in realtà apre la storia al futuro: “Sì, io vengo presto” (Ap 22,20). E, in fondo l’intera Bibbia, è parola di promessa di Dio all’umanità. Nella Bibbia Dio si rivela come promessa.

La speranza

Se la promessa del Veniente è l’ultima parola della Bibbia cristiana, l’ultima pagina delle scritture ebraiche (il Secondo Libro delle Cronache) è una parola di speranza. Il popolo deportato a Babilonia è destinatario dell’editto del sovrano persiano Ciro che dice: “Ognuno che appartiene al popolo di Israele salga” (2Cr 36,23) e torni nel suo paese. Siamo di fronte al ricominciare di una storia: c’è un messaggio di speranza, di rinascita. L’attesa si declina anche come speranza. Ma la speranza cristiana, che nasce il primo giorno della settimana accanto a una tomba vuota, esige la critica e la messa a morte delle false speranze. La speranza della resurrezione è contemporanea alla morte delle speranze illusorie: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele …” (Lc 24,21), dicono i discepoli di Emmaus. La speranza cristiana deve toccare il tragico delle esistenze e situarsi lucidamente di fronte alla sofferenza e alla morte. Un’espressione paolina è illuminante. Dice Paolo: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza: infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8,24-25). L’oggetto della speranza è sottratto al potere di chi spera, non gli è disponibile. La speranza non spera ciò che è razionalmente pre-vedibile, ma suppone un’assenza e un ignoto, un non possedere e un non sapere. La speranza è umile e povera, soprattutto è degli umili e dei poveri. In certo modo la speranza suppone anche un non vedere. Eppure la fiducia e la perseveranza che caratterizzano la speranza dicono che essa vede qualcosa. Forse vede l’invisibile, come Mosè che lasciò l’Egitto e senza paura e con saldezza fece il suo cammino “come se vedesse l’invisibile” (Eb 11,27). Homo viator spe erectus, recita un antico adagio: è la speranza che indica la via all’uomo, che lo orienta nel cammino affidandogli una meta da raggiungere. Ma che significa vedere l’invisibile?

Forse bisogna chiedersi: come vede la speranza? Gabriel Marcel parla di una forma di visione velata: “Non si può dire che la speranza veda ciò che sarà; ma essa afferma come se vedesse; si direbbe ch’essa attinga la sua autorità da una forma di visione velata, della quale non può godere, ma su cui può fare assegnamento”. Una visione su cui si può fare assegnamento è quella fondata sulla memoria, e quella di cui non si può godere è quella del futuro che ancora ci sfugge. Forse questa visione velata è quella dell’occhio che piange, dell’occhio velato dalle lacrime. Vede la morte e invoca la resurrezione. Vede il dolore e anela la sua redenzione. Ricorda la sofferenza e opera in modo da non ripeterla. Ci si può chiedere: e se il proprio dell’occhio umano fosse il pianto, più che il vedere? Se gli animali con gli occhi vedono, l’uomo sa anche piangere. E anche gli occhi del cieco sanno piangere. “Se le lacrime possono anche velare la vista, forse rivelano, nel corso stesso di questa esperienza, un’essenza dell’occhio degli uomini … Nel momento stesso in cui velano la vista, le lacrime svelerebbero il proprio dell’occhio. Ciò che fanno uscir fuori dall’oblio in cui lo sguardo le tiene in riserva sarebbe niente meno che la verità degli occhi di cui le lacrime rivelerebbero così la destinazione suprema: avere in vista l’implorazione piuttosto che la visione, indirizzare la preghiera, l’amore, la gioia, la tristezza piuttosto che lo sguardo”. Le parole del filosofo Jacques Derrida entrano in singolare consonanza con le promesse dell’Apocalisse biblica che attende e spera un Dio che asciugherà le lacrime da tutti i volti (Ap 21,4). La Gerusalemme celeste, il mondo redento, viene espressa nell’Apocalisse con l’immagine del Dio che asciuga le lacrime dai volti degli umani (Ap 7,17; 21,4). Una simile immagine del mondo redento chi la coltiva? Chi nutre una simile speranza se non chi patisce nel quotidiano l’esperienza del soffrire e del piangere? Chi intravede una simile salvezza se non chi guarda al futuro con occhi velati da lacrime per l’oppressione che sta attualmente vivendo? Quale contesto produce una simile immagine se non l’esperienza storica del patire e del soffrire? Un mondo simile è sperato da chi soffre, dalle vittime della storia, non da chi è soddisfatto. Questa speranza, o forse, la speranza cristiana sempre, è la speranza sperata dai poveri. Ma questa immagine del mondo salvato nasce anche dall’esperienza storica dell’asciugare le lacrime a chi soffre, dall’attiva compassione, dal rifiuto dell’indifferenza, dalla lotta contro il male, dall’azione per la giustizia. L’occhio della speranza è l’occhio della compassione. E la compassione è il no radicale di fronte all’indifferenza del male del prossimo. Questa attesa non ha nulla di meramente passivo e questa speranza non ha nulla di illusoriamente consolatorio.



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