Le parole della Bibbia – Perdono di Giovanni Ferrò

«Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore»
Salmo 130, 4

 

Nel mondo contemporaneo sono poche le virtù più inattuali della capacità di perdonare. L’atteggiamento morale di chi, di fronte a un’offesa o a un danno subito, decida liberamente di rinunciare a ogni forma di risentimento o di desiderio di rivalsa verso il colpevole è concepito, oggigiorno, come qualcosa di “alienum a ratione”: un comportamento bizzarro, naif, persino irresponsabile o addirittura pericoloso, nella nostra società dominata dalla regola capitalistica della retribuzione.

Eppure, non c’è norma etica più profondamente inscritta nel cuore della tradizione ebraico-cristiana del perdono. Nel Primo Testamento, l’intera relazione di JHVH con il suo popolo sta in piedi grazie alla disponibilità del Signore a perdonare le colpe di quel manipolo di uomini di dura cervice che dovrebbero essere i suoi eletti; e sulla speranza di concessione di una nuova indulgenza divina da parte degli ebrei, ogni qual volta compiono l’ennesimo passo falso. I vangeli, poi, sono – nella loro essenza – l’annuncio di una semplice buona notizia: che, in virtù della morte e della risurrezione di Cristo, i nostri peccati ci sono perdonati. «Dio non si stanca mai di perdonare», dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, «siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia».

Oltre a essere un precetto etico-religioso che si declina a livello intimo e nelle relazioni interpersonali, il perdono ha anche una forte valenza “pubblica”, una caratura esplicitamente politica. Basti pensare ai processi di riconciliazione avviati all’interno di società ferite da violenze o conflitti civili. «Il perdono libera l’anima, rimuove la paura», ha scritto Nelson Mandela. «È per questo che è un’arma potente».

Suona paradossale che il perdono, il più apparentemente remissivo tra gli atteggiamenti, sia arma potente. Eppure questo ossimoro racconta una verità antica, riconosciuta sin dai tempi biblici. Come nota il Salmo 130, non è la forza o un altro mega-attributo del divino a incutere il timore nel cuore degli uomini, bensì il disarmato, mite, flebile perdono. L’Onnipotente spiazza il piccolo umano e, invece di vestire i panni del giudice tremendo o del giustiziere spietato, indossa l’abito dimesso di chi regala la propria indulgente benevolenza al peccatore. Si tratta, direbbe Jacques Derrida, di un’etica iperbolica. Perché viene perdonato l’umanamente imperdonabile. E perché ciò avviene gratuitamente, senza possibile compensazione o contraccambio. Il perdono è scioccante, è potente, incute timore e reverenza. Perché è “a perdere”.

 

Giovanni Ferrò



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