Le parole dell’Apocalisse di Pietro Pisarra

Il giornalista e sociologo Pietro Pisarra ha selezionato 10 termini per aiutarci a leggere il libro dell’Apocalisse: ogni martedì, qui sul nostro sito e sul canale Instagram del Festival, vi racconteremo una parola nuova per capire meglio cosa dice davvero l’ultimo libro della Bibbia.

Apocalisse

 

Poche altre parole come questa sono state stravolte e travisate. Dal significato originario di rivelazione e di disvelamento, è diventata sinonimo di catastrofe cosmica o epocale. Scritta al tempo della persecuzione (verosimilmente sotto il regno di Domiziano, dall’81 al 96 della nostra èra, come attestato, tra gli altri, da Ireneo di Lione), l’Apocalisse è un inno di speranza, una sinfonia grandiosa alla gloria del Cristo risorto, l’affermazione che il male non avrà l’ultima parola. In essa confluisce il vasto repertorio di simboli dell’apocalittica giudaica, un linguaggio che fa leva sulle immagini e sui colori per dar vita a una fantasmagoria celeste, proiezione di quella lotta tra il bene e il male che in tono minore si svolge ogni giorno nel cuore dell’uomo.

«Ha tanti misteri quante sono le sue parole», diceva di essa san Girolamo. Ma il suo significato profondo è già espresso nell’incipit: «Rivelazione di Gesù Cristo», Alfa e Omèga della storia, come è detto in tre passi successivi (1,8; 21,6; 22,13). Non un catalogo di sciagure, dunque. Ma la rivelazione di qualcosa che è già accaduto, di una salvezza già in atto con il primo avvento di Gesù il Signore, e tuttavia ancora da compiersi nell’eschaton, il tempo ultimo del giudizio, in cui sarà reso «a ciascuno secondo le sue opere» (22,12).

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Agnello

 

Nel ricco simbolismo zoomorfo dell’Apocalisse, tra animali mostruosi e creature fantastiche, campeggia la figura dell’Agnello, designata con il diminutivo arníon, agnellino. Il vocabolo ricorre ventinove volte nel testo giovanneo. E già la frequenza basta a indicarne la centralità: l’Agnello è qui colui che è «immolato fin dalla fondazione del mondo» (13,8). Quando appare per la prima volta è in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi (vedi infra) e da ventiquattro vegliardi. Sta in piedi, ha sette corna e sette occhi, numero di pienezza, a simboleggiare la potenza e la conoscenza dello Spirito.

È l’agnello sacrificale e pasquale, emblema universale di mitezza, qui, però, celebrato come il Vincitore davanti al quale cantano e si prostrano «miriadi di miriadi e migliaia di migliaia» di esseri viventi e di angeli (5,6-14). È il Cristo di cui Giovanni il Battista aveva detto: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).

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Babilonia

 

È l’anti-Gerusalemme, il potere totalitario da cui vengono soltanto «peste, spada, fame, schiavitù» (Ger 15,2), la «grande prostituta» descritta in termini più che mai vividi: «ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle», con «una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione» (17,4). Un angelo ne profetizza la sconfitta: «È caduta, è caduta Babilonia la grande ed è diventata covo di demòni […]. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra si sono prostituiti con essa e i mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato» (18,1-3).

Per l’autore è un nome in codice, in cui però si riconosce facilmente l’oppressore di turno, Roma, la capitale dell’impero che ha incendiato e distrutto il tempio di Gerusalemme e ora perseguita i cristiani.

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666, il numero della Bestia

 

È il rebus irrisolto, l’enigma che ha dato la stura alle interpretazioni più ardite o fantasiose, alimentando complottismi e letture paranoidi, nonostante l’invito esplicito dell’autore a non lasciarsi fuorviare e a procedere nella deduzione con «sapienza» e «intelligenza». «Il numero della bestia rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei», scrive Giovanni (13,18).

Come i Greci e altri popoli dell’antichità, gli Ebrei attribuivano un valore numerico alle lettere dell’alfabeto. In teoria sarebbe stato facile dedurre dalla cifra indicata il nome della persona o dell’entità che riassume in sé il male assoluto, tutto il negativo del mondo. Ma nella pratica nessuna soluzione si sarebbe rivelata convincente. Neanche le più solide, secondo le quali dietro il numero 666 si celerebbe Cesare-Nerone oppure Cesare-dio. O un certo Teitan, che starebbe per Titano, divinità pagana identificata con Apollo. Di fronte alla difficoltà dell’esercizio, i più antichi esegeti ammettevano la possibilità di soluzioni molteplici. Con un comune denominatore che, come nel caso di Babilonia, è ancora una volta l’Impero romano.

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Gerusalemme celeste

 

Nessuno splendore terreno è paragonabile alla Gerusalemme celeste descritta nel capitolo 21: a forma di quadrato, lunga dodicimila stadi, con le mura di diaspro alte «centoquarantaquattro braccia».

Il simbolismo dei numeri, con il quattro e i suoi multipli a indicare la perfezione, si unisce qui al linguaggio delle pietre preziose di cui sono fatte le fondamenta della città, dodici, come le dodici tribù di Israele e i dodici apostoli: diaspro, zaffìro, calcedonio, smeraldo, sardonice, cornalina, crisolito, berillo, topazio, crisopazio, giacinto, ametista.

Illuminata dalla gloria di Dio e dalla lampada dell’Agnello, essa non ha bisogno della luce del sole né della luna (21,23). Anche le sue porte hanno una funzione puramente simbolica: «non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (21,25).

Gerusalemme è finalmente l’urbs beata, la visione di pace e di giustizia sognata dai profeti.

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Resistenza (ύπομονή)

 

Tradotta con “perseveranza”, “pazienza” o “sopportazione”, la parola ypomoné è più vicina al significato di «resistenza» o di «coraggio», comportamento che non ha nulla a che fare con l’accettazione passiva della realtà.

Il termine ricorre sette volte. Ed è, secondo l’esegeta canadese Jean-Pierre Prévost, la parola d’ordine del testo giovanneo. Se l’Apocalisse è il libro dell’attesa, non vi è in essa nessun invito alla rassegnazione. Come hanno compreso i dannati e i reietti della terra che a essa si sono spesso ispirati, contro ogni lettura spiritualeggiante o moraleggiante.

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Libro

 

Nell’Apocalisse campeggiano due libri, assieme ad altri che appaiono di sfuggita.

Il primo è già evocato nell’Esodo (32,32-33), nei Profeti (Is 4,3; Dn 12,1), nei Salmi (69,29) e in vari passi del Nuovo Testamento. È il «libro della vita», in cui sono registrate le azioni in base alle quali ognuno sarà giudicato (3,5; 20,12; 21,27). Un’immagine che l’arte cristiana ha ripreso come tema indipendente oppure come parte del più vasto affresco del Giudizio finale, per esempio nella cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, in Francia (XV secolo).

Il secondo è il piccolo libro che Giovanni riceve da un angelo, con questo comando: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele» (10,9). Citazione dell’analogo ordine ricevuto dal profeta Ezechiele (3,1-3), qui però con l’aggiunta della tonalità negativa, l’amarezza per le sofferenze annunciate. E con l’effetto di una mise en abyme, del libro nel libro, perché il rotolo inghiottito da Giovanni è anche il testo che stiamo leggendo.

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Millennio

 

Tra i ventidue capitoli di cui si compone l’Apocalisse, il ventesimo è forse il più enigmatico, il brano che ha suscitato il maggior numero di interpretazioni controverse, rozzamente letterali o, al contrario, di un allegorismo delirante. L’idea o l’ideologia del millenarismo, di un’età dell’oro lunga mille anni, nascono da lì. Dalla visione di un angelo che «scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena» per incatenare «il drago, il serpente antico, che è il diavolo e il Satana», «perché non seducesse più le nazioni fino al compimento dei mille anni». Mille anni, trascorsi i quali, Satana sarebbe stato liberato e avrebbe di nuovo sedotto le nazioni (20,1-8).

Come un fiume carsico, il millenarismo ha attraversato le epoche e le frontiere, alimentando sogni di rivolta, aspirazioni alla giustizia, l’avvento di una società nuova da imporre, se necessario, con le armi. E la stessa idea di progresso non ne è immune.

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I quattro cavalieri

 

Eccoli in una miniatura dei Commentari di Beato di Liébana, in una delle versioni più affascinanti per l’uso dei colori e dello spazio, quella di Facundus (1047), ora alla Biblioteca Nacional de España, a Madrid (folio 135r).

Il primo, armato di un arco, è in sella a un cavallo bianco e a lui l’autore dell’Apocalisse assegna un ruolo positivo: «gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora» (6,2). Al secondo, su un cavallo rosso, fu dato invece il «potere di togliere la pace dalla terra […] e gli fu consegnata una grande spada» (6,3-4). Il terzo, con una bilancia in mano, a simboleggiare il razionamento dei viveri al tempo della carestia, appare in groppa a un cavallo nero, mentre una voce grida: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro!» (6,6), prezzi eccessivi, prodotti da quella che oggi chiameremmo inflazione. Il quarto cavaliere, su un cavallo verdastro, colore degli appestati, è il più inquietante: «si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno» (6,8).

Dall’arte al cinema, il ruolo positivo del primo cavaliere è stato quasi sempre rimosso e i quattro sono stati interpretati come portatori di guerra, carestia, peste e morte. E così sono raffigurati anche da Dürer, in un’incisione di grande forza drammatica (1497 ca.), mentre spargono i loro flagelli tra borghesi, contadini, monaci e teste coronate.

 

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I quattro viventi

 

Li troviamo attorno al trono, mentre giorno e notte, davanti all’Agnello, ripetono l’inno che la liturgia sinagogale aveva ripreso dal profeta Isaia (6,3): «Santo, santo, il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!» (4,8).

Il primo è simile a un leone, il secondo ha l’aspetto di un vitello, il terzo d’uomo e il quarto di aquila, come nella visione di Ezechiele (1,5-21) a cui Giovanni si è ispirato. Ciascuno ha sei ali e il corpo costellato di occhi. Il numero quattro rinvia qui, probabilmente, ai quattro punti cardinali e al simbolismo cosmico. Ma la tradizione cristiana, già con Ireneo di Lione (II secolo), ne ha fatto i simboli degli evangelisti. E così li vediamo sui timpani delle cattedrali, attorno al Cristo in maestà, sul portale regale di Chartres, negli affreschi della basilica di Sant’Isidoro, a León (XII secolo), nelle splendide illustrazioni miniate dell’arte mozarabica e romanica.

 

 

 

 

 



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