“Le radici profonde di quanto stiamo vivendo” – l’inedito dramma del Medio Oriente

“Le radici profonde di quanto stiamo vivendo” – l’inedito dramma del Medio Oriente

Al Festival Biblico dove si celebrano le nozze tra Pace e Giustizia l’obiettivo si stringe sulle terre dove questo matrimonio è sistematicamente negato: Medio Oriente, Africa, America Latina.

La conversazione “Le radici profonde di quanto stiamo vivendo”, nel cuore del venerdì del Festival Biblico di Vicenza, ha permesso di gettare lo sguardo tra l’Iraq e la Siria, dove l’umanità, tra il fenomeno Daesh e un crescente odio verso i cristiani, è costretta a scappare, lasciando tutto, o rischiare la morte, in una dimensione di instabilità senza precedenti. Ma è proprio qui che si gioca la partita più grande per l’umanità: un’umanità che accoglie, che non si gira dall’altra parte e che condivide la sofferenza del povero.

“Sono i benvenuti”

«È frustrante parlare di pace e giustizia in quei paesi – ammette il vescovo di Grosseto e artefice della fondazione Giovanni Paolo II mons. Rodolfo Cetoloni, incalzato dalle domande del giornalista Fulvio Scaglione – ma è provocatorio. Un anno e mezzo fa partiva per Aleppo il nuovo parroco, padre Ibrahim, che stava ultimando i suoi studi teologici. “Perché vai?”, è la domanda che gli hanno fatto. “Vado povero, senza ricette, per stare in mezzo alla gente come sta la gente, perché questo è il messaggio di Cristo, venuto tra noi per stare vicino alla gente”». Il Libano si trova ad accogliere un’ondata di profughi pari a metà della sua popolazione. Come se in Italia, di punto in bianco, 30 milioni di persone bussasse alle nostre porte: «In Libano dicono che sono i benvenuti. L’accoglienza è prima di tutto nel cuore». Mons. Cetoloni racconta di quel centro giovanile costruito in fretta, quasi nella certezza che prima o poi le bombe l’avrebbero cancellato: «Questo è ciò che vivono. Abbiamo la responsabilità di star loro accanto». Ma non sempre siamo stati vicini a questi cristiani: «La Chiesa occidentale li ha sempre pensati come una Chiesa borderline, di minoranza. Negli ultimi anni c’è stato però un avvicinamento». Ciò che conta davvero, adesso, è continuare ad alimentare questo dialogo e questo sostegno, e non solo quello a distanza.

La forza delle storie

La conversazione si è avvalsa di tante voci oltre a quelle dei presenti: Terry, un cooperante in collegamento via Skype da Erbìl, in Iraq, che ha raccontato l’inferno di Falluja, città di 50 mila persone chiusa in entrata e in uscita dai cecchini del Daesh, un frate che continua a portare la sua testimonianza e soprattutto una madre di famiglia irachena di fede cristiana che dopo anni di normalità e di benessere economico si è vista uccidere il marito da un giovane fondamentalista e che poi, con l’avanzata dell’Isis, è stata costretta di punto in bianco a fuggire con i figli. Adesso, in un campo profughi in Giordania, non sa che ne sarà di lei e di quel che resta della sua famiglia. Questa storia è solo una di quelle raccolte dai giovani, poco più che ventenni, dell’associazione “Non Dalla Guerra”.

I profughi “siamo noi”

Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, conosce molto bene la situazione: «Non solo in Libano, anche in Kurdistan, dove operiamo, la popolazione è di fatto raddoppiata. E anche in Kurdistan si fa di tutto per accogliere». Ma chi sono i profughi? «I profughi “siamo noi”. Non sono poveri che si erano preparati a fuggire, ma persone costrette ad andarsene lasciando tutto. Mi è capitato di avere a che fare con un concessionario della Mercedes, proprietario di dieci automobili, che è dovuto scappare a piedi». Una fuga che recide tutto: relazioni, lavoro, famiglie. «Capita che durante la fuga l’Isis fermi delle famiglie: “Prendiamo la vostra bambina o ammazziamo tutti”. Gli sfollati sono prima di tutto persone traumatizzate, che ogni mattina si alzano e non hanno nulla da fare perché hanno perso tutto». Per loro, che ora attendono nei campi profughi del Medio Oriente, ci sono tre possibilità: «Coltivano la speranza di poter tornare a casa, ipotesi ahimè remota. Ma come torneranno eventualmente? Sarà importante coltivare la possibilità del perdono: noi ci stiamo a riaccompagnarli. La seconda ipotesi è migrare in Europa: ma a parte i corridoi umanitari di Sant’Egidio, il rischio concreto è quello di trovare la morte in mare. Ultima ipotesi: restare dove sono e mettere radici. Per questo serve capacità di lavoro, di auto-promozione, di inclusione e di accoglienza. Fa impressione però vedere dei giovanotti frequentare corsi di informatica investendo per un futuro che di fatto non c’è».

 

Due millenni di storia

La voglia di non arrendersi dei cristiani del Medio Oriente è stata pienamente rappresentata dal vescovo ausiliare di Baghdad Basilio Yaldo. Le sue parole, registrate da Fulvio Scaglione al Sermig di Torino, sono quelle di un uomo che ha visto più volte la morte in faccia: «Sono stato rapito nel 2006, dopo la conferenza di papa Benedetto a Ratisbona. Mancava poco perché mi uccidessero, ma sono tornato a Baghdad per dare speranza e incoraggiamento. Non possiamo andarcene: abbiamo un grande patrimonio nella terra dei due fiumi. La nostra Chiesa è qui dal primo secolo, l’Islam è arrivato nel settimo. Per questo dobbiamo lottare». Ma i cristiani in Iraq sono a rischio estinzione: «Prima della caduta di Saddam eravamo un milione, ora meno di 400 mila. È un grande problema per tutto il Paese: i cristiani, infatti, erano sale e luce. Hanno lavorato tanto per rendere l’Iraq un posto migliore».



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