Lucia Capuzzi al Festival per parlare del fenomeno Maras

Lucia Capuzzi al Festival per parlare del fenomeno Maras

«Una consapevolezza fondamentale, appresa nel Sud del mondo, è che non c’è pace senza giustizia. Qualsiasi pace che veda le armi tacere, ma nella quale permangono strutture profondamente ingiuste, è in realtà una guerra che si sta preparando e che prima o poi esploderà. Lo abbiamo visto tante, troppe volte». Lucia Capuzzi, giornalista della redazione Esteri di Avvenire, da anni racconta la condizione di violenza permanente che si registra nell’America centrale e meridionale. Periferie del mondo, geografiche ed esistenziali, che impattano in maniera invisibile ma concreta anche il nostro quotidiano. Assieme a Giancarlo Munaretto e Jaime Vacarodas, Lucia Capuzzi è al Festival Biblico 2016 per ricordare quanto la giustizia sia la condizione necessaria perché una vera pace illumini il mondo.
La guerra dei cartelli «Al Festival parlerò delle Maras dell’America centrale. Queste ex gang giovanili, che in contesti di democrazia fragile, povertà diffusa e disuguaglianze atroci hanno compiuto un salto definitivo verso la criminalità organizzata. Sono cresciute, hanno dilagato e hanno assunto il controllo di intere aree, dove impongono la loro legge». Sono queste Maras ad esportare la droga venduta in Europa, attraverso la ‘ndrangheta, la più potente mafia europea in grado di fissare il prezzo dello stupefacente. E così tantissimi cittadini, specialmente i più giovani, sono costretti a partire per non piegarsi a questa logica di violenza. I muri non fermano l’umanità «Le stesse migrazioni che bussano alle nostre porte ci dimostrano che questo mondo ingiusto produce centinaia di conflitti dimenticati che prima o poi ci interpellano in modo diretto, anche politicamente». Un’altra lezione, appresa in virtù del sangue versato sul confine tra Stati Uniti e Messico, è che le migrazioni non si fermano con i muri, nonostante qualcuno, per la campagna elettorale per le presidenziali degli Stati Uniti, continui a ribadire il contrario: «Qualcuno spieghi a Trump che il muro c’è già. È stato costruito negli anni ’90, blinda un terzo del confine e non ha ridotto di una virgola le migrazioni, ma non è riuscito nemmeno a bloccare la cocaina che continua a entrare negli Stati Uniti». La guerra è cambiata Si sta insomma combattendo quella famigerata “terza guerra mondiale a pezzi” descritta da Papa Francesco: «Siamo ancora legati ad un’immagine ottocentesca della guerra, quella combattuta in campo aperto da due eserciti. Ora le guerre si combattono in modo asimmetrico, con una lunga serie di situazioni di estrema violenza che in termini di vittime e di violazione dei diritti umani sono più gravi delle guerre combattute un secolo fa. È questa guerra che spinge la gente a migrare, attirata dal sogno – in questo caso gli Stati Uniti – ma ben conscia che per raggiungerlo dovrà attraversare un incubo: «Nove donne su dieci vengono violentate nel tragitto. Sanno che verranno violentate, eppure continuano a partire. Perché? Perché l’istinto di sopravvivenza è più forte di qualsiasi paura. Ti fa capire quanto sia grande la disperazione se uno accetta di sottoporsi ad un tale incubo». La visione di Papa Francesco I governi occidentali mancano di visione. Ma non solo loro: «La cosa più grave è la mancanza di una coscienza nell’opinione pubblica, poco giustificabile dal momento che il livello di istruzione si è alzato rispetto a mezzo secolo fa. Nessun governo, nemmeno il migliore, agisce da solo in funzione del bene comune. Papa Francesco ripete sempre il dovere dei cittadini di esigere determinati standard dai loro governi». Tra le luci che si sono accese all’orizzonte, c’è sicuramente la storica visita del pontefice in Messico nel febbraio di quest’anno: «Un momento cruciale. Il Papa ha dimostrato di essere l’unico leader politico che in Europa abbia la consapevolezza di ciò che sta succedendo dall’altra parte del mondo. Lo ha fatto nella scelta dei luoghi da visitare e nelle parole da dire. I problemi di queste parti del mondo sono più vicini di quello che pensiamo. Non possiamo più cacciare i problemi dalla porta, perché ci rientreranno dalla finestra».
Nella foto la giornalista Lucia Capuzzi.


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