Riccardi, la sua lectio per la Pace possibile

Riccardi, la sua lectio per la Pace possibile

Visti i preziosi contenuti, pubblichiamo integralmente la Lectio che il professore Andrea Riccardi ha tenuto al Tempio di San Lorenzo a Vicenza in occasione dell’apertura della XII edizione del Festival Biblico.
 
“E’ possibile la pace?”
“Una domanda come questa è oggi decisiva: la pace è possibile? La risposta non è scontata, come verrebbe da pensare, attribuendo a tutti volontà e interesse per la pace, considerata auspicabile al di là di tutto. Forse siamo un po’ antiquati. Ma la cultura del nostro tempo si è acclimatata lentamente all’idea che la pace non sia sempre possibile. O almeno che la pace non sia qualcosa di così assoluto, importante, decisivo, come noi crediamo in questo Festival biblico che indaga sulle radici biblico-evangeliche di questa realtà, sui percorsi politici e sociali, su quelli umani. Non diamo per acquisito che, per tutti, per quanti hanno un potere (relativo) di determinare il corso degli eventi, la pace sia possibile. Per molti la risposta alla domanda del nostro incontro è che la pace non è sempre possibile, e, forse quasi mai. Fermiamoci su di una vicenda storica sviluppatasi sotto i nostri occhi: il conflitto in Siria, cominciato nel marzo 2011 e non ancora concluso. Ha un aspetto da guerra civile, ma anche da scontro tra potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Iran, da terreno di emersione dell’estremismo di Daesh, da affermazione dei curdi (che con la loro lotta armata sono divenuti un po’ un mito “Rojava” per certi settori che ne ammirano la combattività). Il tutto nel quadro di un confronto tra Stati Uniti e Russia, senza trascurare Francia e Gran Bretagna. La guerra in Siria ha provocato almeno 260.000 morti, quattro milioni di rifugiati, otto milioni di sfollati interni. Ha collassato il Libano con una forte presenza di profughi, almeno 1.500.000 su 4.500.000 abitanti oltre il più di mezzo milione di palestinesi, residenti da decenni nel paese. Il Libano, ancora senza presidente, è in crisi per la questione dei rifugiati. Dalla guerra siriana fugge una parte considerevole dei rifugiati in Europa: da qui le conseguenti crisi, i muri, i populismi, i campi e via dicendo. Tutto viene dalla guerra irrisolta in Siria. Perché non è stata possibile la pace in Siria? Vorrei dire che non è stata cercata come priorità assoluta, nello scontro tra obiettivi politici diversi: l’eliminazione della presenza russa in Siria, la punizione del regime (impresentabile ma elemento rilevante), il rafforzamento dell’asse sciita tra Hezbollah e Iran, l’affermazione sunnita e potrei continuare. Un vero groviglio. Ma la pace poteva essere possibile, se si trovava un’intesa minimale tra Stati Uniti e Russia, come si è visto. La svolta che ha portato alla fragile tregua è venuta infatti da un’intesa russo-americana, quando ci si è accorti che una guerra così lunga infettava l’intera regione, dopo aver distrutto un paese. Permettetemi una riflessione a lato, ma non marginale. Questa guerra ha distrutto una città-simbolo, Aleppo, patrimonio dell’umanità per l’UNESCO, luogo di rara bellezza, terreno di convivenza millenaria tra musulmani e cristiani (questi ultimi erano tanti: 300.000 su due milioni). Aleppo, sull’antica via della seta, nella cui cittadella secondo la leggenda avrebbe soggiornato Abramo, il padre delle tre religioni, nel cui suk fino a ieri si vendeva e si scambiava merce di ogni tipo, era il segno reale della civiltà del vivere insieme. Era stata città-rifugio nel 1915 per gli armeni massacrati e perseguitati in Anatolia. L’Hotel Baron, ancora gestito da una famiglia armena, era stato il posto dove persecutori turchi, armeni e tedeschi s’incontravano. Ho lanciato vari appelli per Aleppo, che hanno ricevuto illustri e importanti sostegni, ma c’è stato un blocco incrociato nella comunità internazionale e tra i combattenti: Aleppo doveva morire, perché con lei moriva l’immagine e la realtà di una certa Siria, che molti non volevano più. Questa siriana è una guerra di etnie, con uno sfondo d’ideologia religiosa, animata da una spietatezza, drammaticamente descritta da Domenico Quirico, sequestrato per cinque mesi (in cui non ha mai visto un sorriso –scrive- nemmeno sul volto di un bambino). Non poteva non distruggere la città del vivere insieme in pace. La voleva distruggere l’ideologia islamista del Daesh che vuole una società omogenea e totalitaria da un punto di vista islamico sotto un potere mafioso e criminale. Lo Stato islamico, per i suoi bambini, ha organizzato una rete d’insegnamento –ne abbiamo i documenti- tutta impostato sull’odio del nemico, il culto della guerra, delle armi e della morte. Non voglio diffondermi sulla terribile vicenda siriana. La comunità internazionale non ha reso possibile la pace. Ma c’è stato un altro elemento decisivo: il silenzio dell’opinione pubblica. Mi chiedo: perché in Europa non ci sono state manifestazioni? Non sempre è stato così, anche nel nostro XXI secolo. Ricordo il 15 febbraio 2003, quando milioni di persone scesero in piazza in 800 città per manifestare contro la guerra in Iraq all’insegna di Not in our name. Furono tre milioni a Roma. Il 17 febbraio 2003 il “New York Times” ebbe parole importanti sulle mobilitazioni di due giorni prima: “Nel mondo esistono ancora due superpotenze: gli Stati Uniti d’America, e l’opinione pubblica mondiale”. Non vinse quest’ultima superpotenza; cominciò la travagliata vicenda dell’Iraq, non ancora conclusa, che tante connessioni ha con la questione siriana. Ma si mossero milioni di persone, perché credevano la pace possibile. Oggi, con la Siria, non è successo niente, se non l’intervento di papa Francesco quando indisse nel settembre 2014 una giornata di preghiera per questo paese, chiedendo che non ci fossero bombardamenti. Esiste ancora la “superpotenza” di un’opinione pubblica mondiale per la pace? Non l’abbiamo incontrata per le strade delle nostre città. Per la nostra opinione pubblica, la pace è ancora e veramente possibile? Sono convinto che, nell’opinione corrente, si va considerando la guerra sempre più come una realtà con cui convivere, specie se non ci tocca da vicino. Non verrà mai detto chiaramente, ma è così. Ci sono tanti esempi. Ricordo solo l’insoluta questione israelo-palestinese che dal 1948 –forse da prima- è all’origine di tanti dolori, insicurezza, problemi nei paesi vicini. Non si può lasciare aperta una guerra, come una ferita, per più di mezzo secolo: infetterà tutto. Eppure si lasciano aperte le guerre. Anzi si va serenamente alla guerra, considerando che un conflitto è un prezzo da pagare per alcuni obiettivi. E’ il caso della recente guerra russo-ucraina, che si poteva evitare, ma soprattutto ora è dimenticata: resta come conflitto a bassa intensità –così si dice. Morti civili, rifugiati, l’instaurazione di uno stabile regime criminale in una regione dell’Ucraina. E poi tanti vivono del conflitto. Gli interessi consolidati preferiscono una guerra a bassa intensità. C’è un’economia di guerra, fatta di lucro, che rappresenta un fatto di rilievo. Come, del resto, la guerra in Siria non è solo una lauta occasione per i mercanti di armi, ma anche per quelli di esseri umani, il cui volume di affari è di vari miliardi e che impegna 30.000 uomini nelle rotte del Mediterraneo. I rifugiati sono un dramma umanitario ma pure una fonte di guadagno per alcuni. La guerra è un grande affare. E i soldi ricavati dalla guerra premono perché continui l’affare che coinvolge migliaia di persone. Ho ricordato le grandi manifestazioni del 2003. Che è successo dopo? C’è stato un progressivo processo di smantellamento della cultura della pace, un fenomeno popolare, un pathos condiviso in molti paesi, pur tra contraddizioni e debolezze. In Europa era legato intimamente al cristianesimo. Questo era avvenuto dopo un progressivo processo di valorizzazione degli elementi irenici del messaggio cristiano, che ha attraversato il pensiero e il vissuto dei cristiani nel Novecento, mentre avveniva il distacco dai temi legittimanti il conflitto, come la guerra giusta. Nel XX secolo, aveva assunto un forte ministero di pace proprio il papa di Roma, alla testa di un’internazionale –la Chiesa cattolica- diffusa in tanti paesi, che sentiva la guerra come una propria lacerazione intima e un grande errore storico (anche a partire da quella che Paolo VI chiamò l’esperienza di umanità della Chiesa, cioè la sua coscienza storica). Senza voler indagare sulla storia del pacifismo, la pace era un valore rilevante per una parte della cultura di sinistra (con un ripensamento sull’idea di rivoluzione), tanto che –proprio nel 2003- confluì con quella cattolica e cristiana nelle manifestazioni contro la guerra. Giovanni Paolo II, l’uomo che aveva lottato contro il Muro e la guerra fredda, ne divenne il simbolo. Ma queste culture sono state erose nel mondo della globalizzazione, dopo che si era sperato che –con la caduta del Muro- sarebbe venuto un tempo di grande pace. Si è affermata invece, di fronte al mondo globale senza frontiere, alle sue complessità, la semplificazione della cultura del conflitto o –come scriveva Samuel Huntington fin dal 1993, dalla fine della guerra fredda- con lo scontro di civiltà e religione. Quello scontro che, negli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York, avrebbe trovato la sua presunta conferma. Com’è stato possibile che, dopo la fine della guerra tra mondi nell’89, si sia affermata la cultura dello scontro? Ci sono radici profonde, ben piantate nella paura che prende tanti uomini e donne spaesati. E’ difficile orientarsi nel mondo globale così complesso. Durante la guerra fredda, la polarizzazione tra Occidente democratico e capitalista e Oriente comunista offriva una griglia per orientarsi e collocarsi. Nella guerra del Vietnam, pur così lontano, ci si collocava con il Nord se di sinistra, con il Sud se anticomunisti. Le ideologie semplificavano la lettura del mondo. Ma, dopo l’89, tutto è divenuto complesso. Con chi stare nel conflitto terribile tra hutu e tutsi in Ruanda? E in quelli complessi nei Balcani? O in quelli che travagliano l’Africa attuale? Ci vuole più cultura, per capire, per parlare contro la guerra. Al disorientamento, all’assenza di indicatori ideologici, corrisponde anche un eccesso di informazioni: si sa molto di tante parti del mondo. Ma che fare? Così si finisce per ricorrere ai terribili semplificatori del nostro tempo, che parlano di scontri radicali e di conflittualità innate. Per la mappatura proposta da Huntington, lo scontro di religione è frutto di destini profondi, quasi le religioni non fossero anche storia e uomini: come per l’islam, considerato in modo letteralista a partire dai testi fondatori, quale religione della guerra. Il dialogo è ingenuità. Si sa già chi è e che vuole l’altro. Ogni civiltà si lega a una religione. Questa cultura dello scontro ha preparato il clima della guerra in Iraq e ha dato forza alla logica identitaria. Sono risorti i nazionalismi anche nell’Unione Europea, come vediamo in questi ultimi tempi. I paesi dell’Est europeo ripropongono le identità etno-religiose, in nome del cristianesimo, quando si oppongono all’ingresso dei rifugiati. Il muro, quello che l’Ungheria ha cominciato a costruire seguita da altri paesi, è figlio della logica dello scontro. La cultura dello scontro ha riabilitato la guerra quasi come fatto naturale. Sollecita il disprezzo per gli altri, comodo anche per non farsi ridiscutere dall’altro, dalla sua fede, dalla sua umanità buona. Il disprezzo è come un muro morale che non fa vedere la complessa umanità degli altri, mentre offre una griglia per interpretare i segnali negativi –e ci sono- provenienti dall’altro. La cultura dello scontro crea un clima di pessimismo diffidente verso tutti, eccetto il proprio mondo. Così nasce quell’impasto di disprezzo e di vittimismo che, con misure diverse, si ritrova in varie opinioni pubbliche e si esprime in bellicosi populismi. La proposta di Huntington non è una prima assoluta ma ha molti precedenti nella storia delle idee. Tuttavia il politologo americano ha detto quello che molti volevano sentire, per semplificare la fatica di leggere il presente globale e togliere inquietudini. Ha creato un muro intellettuale. Con l’idea dello scontro di civiltà si è progressivamente riabilitato lo strumento della guerra, parte dello scenario. Talvolta lo si è fatto in modo emotivo, senza tener conto che oggi, con gli attuali armamenti, spesso le guerre non hanno né vinti né vincitori, anzi s’incistano e tendono a durare. In molte opinioni pubbliche, manca la consapevolezza di che cosa sia oggi un conflitto. Se ieri, tutto era perduto con la guerra –diceva Pio XII nel 1939; oggi si perde ben di più con una guerra che è –mi permetterete di citare Giovanni Paolo II- un’avventura senza ritorno, almeno in moltissimi casi. La cultura di pace era maturata nell’orrore della seconda guerra mondiale e a contatto con il dramma della Shoah. Paolo VI, a vent’anni della sua conclusione, era andato a gridare all’ONU questa coscienza: “Jamais plus la guerra!”. In questo quadro era cresciuta una realtà di pace, sulla convinzione che la guerra non fosse mai più possibile nel vecchio continente: il processo per un’Europa unita (che avesse anche la capacità di darsi una difesa comune). Ci sono infatti limitate situazioni geografiche, come l’UE, dove la guerra non è più possibile per una serie di meccanismi istituzionali e politici, oltre che per diffusa cultura. Ma la cultura di pace non significava un’accettazione supina delle situazioni di violenza e ingiustizia: pace non è cedimento al forte e all’iniquo. Cito il caso di papa Wojtyla, il quale è stato –allo stesso tempo però- un uomo di pace ed un attore di grande cambiamento in Polonia e conseguentemente nell’Est europeo. Oltre stallo della guerra fredda, durato decenni, Giovanni Paolo II ha proposto una via di pressione della società in Polonia che, accortamente, spingesse alla transizione pacifica dai regimi autoritari senza scivolare nella guerra all’Unione Sovietica. Un’operazione di cambiamento delicata e difficile senza arrivare mai al conflitto. Giorgio La Pira, dagli anni Cinquanta, era convinto che la Polonia rappresentasse l’anello debole del sistema dell’Est e che qui si dovesse esercitare un’attrazione: allora sentiva –in modo profetico- il comunismo già minato alle basi. E forse aveva più ragione dell’Occidente che vedeva il comunismo come granitico. Qualche mese dopo l’elezione di Wojtyla, nel 1979, proprio Breznev disse in una riunione del potere sovietico, consapevole delle fragilità del suo mondo: “Se accadesse qualcosa di serio in Polonia, ciò si ripercuoterebbe su tutta la comunità socialista”. In Polonia è avvenuta una lotta pacifica animata dalla speranza di popolo, che il papa ha ravvivato. Anzi credo che, se lui non fosse stato papa (ha rappresentato un carattere prevalente), oggi parleremmo di un gandhismo di Wojtyla. Qualcosa di simile è avvenuto anche per la transizione alla democrazia dal regime di Pinochet, da quello di Marcos nelle Filippine, dall’apartheid in Sud Africa con l’intelligente guida di Nelson Mandela. Le transizioni pacifiche mostrano che la pace non è rassegnata acquiescenza, ma intelligenza politica. Perché la guerra combattuta spesso lascia un’eredità dolorosa, anzi ingenera un’eterogenesi dei fini rispetto a chi ha combattuto. La guerra mira a distruggere l’altro, le transizione pacifiche a costringerlo senza violenza, a convincerlo, ad associarlo. Così, sul finire della guerra fredda, emerge –non come un’utopia- la coscienza della forza disarmata della pace, che sale da Gandhi a Martin Luther King sino a Mandela e a tante figure meno note della storia del Novecento. La forza disarmata della pace ha animato tante transizioni alla convivenza in Africa negli anni Novanta. Bisogna vivere insieme su di un piano di uguaglianza. Infatti il mondo globale, non più omogeneo ma pluralista in ogni società (si pensi agli emigrati in Europa e alle tante situazioni miste di tutto il mondo), ha bisogno delle maggioranze e delle minoranze, dei vinti e dei vincitori, dei forti e dei deboli. Mandela, assimilando la lezione di Gandhi e guardando alle lotte di Martin Luther King, si era convinto –scrive nell’Autobiografia- che “anche i bianchi erano africani come gli altri e che in un futuro governo la maggioranza avrebbe avuto bisogno della minoranza. Non intendiamo ributtarvi in mare, assicurai”. La maggioranza ha bisogno della minoranza o delle minoranze: questa è la logica della civiltà del convivere, che è un altro nome della pace. Infatti la sapienza storica, forgiata sulla riflessione della vicenda negli ultimi decenni, mostra che c’è un bivio tra la via dello scontro di civiltà e religione da una parte e quella della civiltà del vivere insieme dall’altra. Dal finire del Novecento, nelle transizioni difficili, la coscienza e la cultura abbiano affinato la consapevolezza della forza della pace. Mi permetterete, allora, di aggiungere –prima di rispondere alla questione se la pace sia possibile- una testimonianza personale di come la pace non sia un’utopia da anime belle. Siamo in un periodo terribile in cui tanti possono fare la guerra e destabilizzare intere società. Si pensi al terrorismo, specie quello suicida, che rappresenta l’estremismo della cultura della violenza. E’ un culto della morte che impressiona per la capacità attrattiva su menti e cuori vuoti, come quelli dei foreign fighters. Eppure –ritorno alla mia testimonianza- in un tempo in cui molti possono fare la guerra, molti possono fare la pace, anche se non lo sanno. I cristiani e le loro comunità hanno una genuina forza di pace, se guardano la realtà dolorosa in faccia e non si nascondono dietro un linguaggio ecclesiasticamente corretto e se, soprattutto, si fanno illuminare dalla luce della Parola di Dio. Bisogna che la forza della Parola squarci gli schemi del pensare e parlare ecclesiasticamente corretto, dei nostri schemini su giustizia e pace, e, in fondo, la paura di rischiarci sullo scenario del mondo. Infatti i cristiani europei si ammalano o sono già ammalati della paura degli europei. Avete sentito le Chiese europee parlare con una voce forte sulla questione dei rifugiati? Credo che il motivo per cui sono stato chiamato a parlare oggi è la storia del fare pace propria della Comunità di Sant’Egidio negli ultimi venticinque anni. Ha cominciato a essere conosciuta nel 1992, quando il governo mozambicano e l’opposizione armata firmarono con la nostra mediazione e quella del governo italiano un accordo di pace a Sant’Egidio, che ha aperto a una stagione di crescita e di tranquillità nel paese. Era un popolo distrutto, con rifugiati interni ed esterni, che piangeva un milione di morti, devastato e miserabile, sconvolto dalla guerra e da tante crudeltà. Sant’Egidio lavorava per la cooperazione che, in realtà, non era molto utile perché tutto era distrutto dalla guerra. La domanda che ci ponemmo allora fu proprio quella della nostra riunione: la pace è possibile in Mozambico? A questa domanda ne era legata un’altra che riguardava la legittimazione a occuparsene: chi siamo noi per interessarci della pace in un paese che non è il nostro? Tale questione ha due risposte, una riguardante le motivazioni e l’altra politica. Per limitarci ora alla seconda, la legittimazione ad occuparci di una mediazione di pace venne dalla crisi di un governo marxista che non riusciva a battere la guerriglia, di una guerriglia che non vinceva e combatteva da anni. Ma soprattutto da una volontà di pace profonda che permeava l’intero paese: ricordo quando parlai di pace al congresso della FRELIMO, il partito allora al potere, si levò un applauso che mi fece capire molte cose. Non starò a fare la storia di questa mediazione, durata più di due anni, in collaborazione con il governo italiano, avendo come osservatori le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e il Portogallo. Il tempo del negoziato fu, specie per la guerriglia (che sapeva solo combattere), una scuola di politica. La pace, per essere fondata, deve cambiare la mentalità degli uomini. Vorrei insistere sulla “debolezza” dei mediatori. La forza debole di Sant’Egidio era non avere un interesse di parte, se non la pace. Ha scritto Boutros Boutros Ghali, segretario dell’ONU: “La Comunità di Sant’Egidio… ha lavorato discretamente per anni al fine di far incontrare le due parti. Ha messo a frutto i propri contatti. E’ stata particolarmente efficace nel coinvolgere altri perché contribuissero ad una soluzione. Ha messo in atto le sue tecniche caratterizzate da riservatezza e informalità, in armonia con il lavoro ufficiale svolto dai governi e dagli organi intergovernativi. Sulla base dell’esperienza mozambicana è stato coniato il termine “formula italiana” per descrivere questa miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non…” Queste esperienze di ricerca si sono moltiplicate in Africa e non solo, come in Burundi con la guida per la commissione per il disarmo, in vari altri paesi, tra cui recentemente il Centro Africa. Qui mi permetto di ritornare alla legittimazione interiore e personale: perché una comunità cristiana non deve rassegnarsi alla guerra e deve credere che la pace è cosa sua? I discepoli furono incapaci di guarire il ragazzo epilettico: “perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?” –chiedono a Gesù. E lui risponde: “Per la vostra poca fede. In verità vi dico se avrete fede pari a un granellino di senape, potrete dire a questo monte spostati da qui a là e esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17, 19-20). Durante i negoziati e ancora oggi, Sant’Egidio prega per la pace: ogni mese le nostre Comunità in tutto il mondo ricordano nella preghiera i paesi in guerra, come una lunga litania di piaghe del mondo, da non dimenticare davanti al Signore. Di fronte alla guerra, anche se lontana, dobbiamo porci la domanda: perché non riusciamo a scacciarla e nemmeno ad occuparci di essa? Non ci si può voltare dall’altra parte. Non è innocente: sempre, ma soprattutto oggi in questo nostro mondo globalizzato. Infatti, se ci voltiamo dall’altra parte, finiamo prigionieri delle paure. Oggi la cultura della paura sta sacralizzando i muri in Europa, che sono una forma di chiara violenza. Non solo, ma sta portando alla legittimazione (magari con qualche dolore) della guerra e della violenza su tanti scenari. Ci sono società –penso alla periferia delle megalopoli in Africa, America Latina, Asia- che sono vere scuole di violenza. Infatti –questo è un punto che vorrei fortemente sottolineare- ormai non esiste sullo scenario del mondo solo la guerra classica, ma una guerra civile diffusa, una violenza diffusa e massiccia, che le mafie e le organizzazioni del crimine conducono con organizzazioni paramilitari. Si pensi a paesi come il Messico o El Salvador, messi in crisi da questa violenza diffusa. E, nelle megalopoli, per vivere sicuri, ci si chiude tra i muri contro i fenomeni mafiosi. Che fare di fronte alla violenza diffusa e alla guerra riabilitata? Un nuovo martire del XX secolo, frère Christian de Chergé, priore della Trappa di Notre Dame de l’Atlas in Algeria, che ho conosciuto, scriveva a proposito della guerra civile che sfigura quel paese: “Nessuno si può dire innocente della violenza: ‘chiunque odia il proprio fratello è un omicida’ (1 Gv 3,15). Nel mondo globale, anche a distanza, non possiamo dirci innocenti. Qui ci vuole la ripresa di un grande movimento di lotta per la pace e di impegno contro la guerra e la violenza diffusa. La pace deve tornare a essere un sogno condiviso, il cuore dell’educazione delle giovani generazioni, il fondamento della società. La pace è un fatto intimamente (non esclusivamente) cristiano. C’è una forza di pace che la comunità cristiana possiede per liberare il grande demone della guerra. Siamo in un tempo in cui tanti possono fare la guerra, utilizzare armi, promuovere azioni terroristiche, destabilizzare intere regioni. Ma in un tempo in cui tanti possono fare la guerra, tanti possono operare per la pace. Bisogna avere il coraggio di non sentirsi marginali e impotenti, ma di osare la pace. Chi crede sa che la forza violenta del male può essere vinta; sa che gli inferni, le Gomorra, create del male, vere prigioni per popoli, città, periferie, possono ritornare a essere terre abitate in pace da uomini e donne. Noi abbiamo la responsabilità di liberare i mondi ammalati mortalmente dal demone della guerra, perché la pace è possibile, è auspicabile, è doverosa, proprio perché è il nome di Dio. Il mondo ha abolito la schiavitù e sembrava impossibile (intere biblioteche antiche sono piene di testi che dimostravano che, senza schiavi, l’economia sarebbe crollata); sta abolendo la pena di morte, che è una forma di legittimazione della violenza. Il mondo può abolire la guerra. Ma non si può sfuggire alla domanda su come è possibile la pace. La risposta non può essere matematica, perché –come diceva Giovanni Paolo II- la storia è piena di sorprese. Innanzi tutto c’è un problema di opinione pubblica: che tanti condividano ed esprimano l’orrore per la guerra. Dobbiamo tornare a parlare delle guerre anche lontane: manifestare, intervenire, non dimenticare. I cristiani debbono essere, per la loro fede oltre che per convinzione, nel cuore di questo lavoro di coscienza e di pace. E’ il lavoro della vigilanza sulla pace. E’ chiedere ai governi una politica internazionale che abbia a cuore la pace. E’ lottare contro l’economia degli affari di guerra. La pace deve tornare ad essere un valore per le giovani generazioni: “La pace sarà duratura –ha detto papa Francesco, parlando all’Europa- nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione”. Le Comunità di Sant’Egidio, nei quattro continenti, radunano i bambini –specie in situazioni marginali e conflittuali- in Scuole della Pace: la pace è un grande valore educativo. E’ una ferma fiducia, che però trova anche nella storia recente tanti fondamenti esperienziali. La guerra è impulsiva, maschile, esaltatrice di violenza. Il mondo delle donne, tanto di più di quello degli uomini, sente l’impotenza verso la guerra, un’opera essenzialmente maschile. Le donne, per lo più, soffrono la guerra, come madri, mogli, sorelle, figlie. C’è uno stretto legame tra guerra e la mascolinità in varie culture. C’è poi l’impegno a cercare la pace sul terreno, che non è così impossibile. La pace è una cosa troppo seria –parafraso Churchill- per lasciarla solo ai diplomatici e ai militari. Innanzi tutto, ogni soggetto civile deve moltiplicare le sue relazioni nel mondo: oggi, non solo le nazioni, ma le città e tante altre comunità possono essere un soggetto nel mondo globale. E, per cercare la pace, -come dice un mio amico, Cornelio Sommaruga, per anni dirigente della Croce Rossa internazionale- bisogna stringere spesso mani sporche di sangue. Qui c’è il realismo che sempre va illuminato dalla speranza e dalla fiducia che in ogni uomo resta sempre –forse, non è un dogma- un angolo di umanità su cui si può far forza per trovare la pace. Non sono un pacifista ad oltranza, ma credo che il problema non sia teorico. Sì, la pace è possibile, ma noi che abbiamo fatto per la pace? Che facciamo per la pace? La pace è possibile, ma la via della sua ricerca è doverosa per tutti. Infatti tutti siamo invitati alla grande festa di un mondo di pace, che vedo come quei banchetti festosi dei Vangeli. Molti esaltano la pace, ma poi nella vita quotidiana si tirano indietro. Come nella parabola evangelica, quando all’ora del banchetto cominciarono a dire: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo”, “Ho comprato cinque paia di bui e vado a provarli”, “Ho preso moglie e perciò non posso venire” (Lc 14,17-20). Spesso a sperare nella pace e a lottare per essa sono i più poveracci. Ma la pace è anche un fatto spirituale e personale. Bisogna convertirsi per diventare uomini e donne di pace. Un grande santo russo, Serafino di Sarov, insegna: “Trova la pace in te e migliaia la troveranno attorno a te”. La pace è un fatto interiore, frutto di conversione e di preghiera. Infatti, anche nei momenti più terribili pur nel cuore dei conflitti, la Chiesa continua sempre a pregare per la pace. Anzi la preghiera protegge il mondo dal male della violenza e della guerra. La preghiera è una grande forza di pace, che può spostare le montagne di odio. La pace è possibile? Certo, lo è. E’ soprattutto doverosa, perché rende la vita un’altra cosa. Ma –mi chiederei- che cosa abbiamo fatto della pace? Quanta guerra abbiamo fatto crescere, anche dopo la sconfitta dello spirito della guerra fredda nel 1989? Per questo bisogna convertirsi alla pace e creare con tutti, i più vicini e i più lontani, coalizioni di amici della pace –non importa quanti- perché vigilino sulla pace e ricordino al mondo che la guerra è morte, perché la guerra è la madre di tutte le povertà”.
Andrea Riccardi
Nella foto un momento della prolusione.


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