“Ritorno. Incontrare il Dio della misericordia” – con Paolo Curtaz per un Dio che ama oltre ogni limite

“Ritorno. Incontrare il Dio della misericordia” – con Paolo Curtaz per un Dio che ama oltre ogni limite

Misericordia: l’affetto che Dio ha per il suo popolo, un’emozione che coinvolge tutto, anche le viscere, e una spinta a prendere una decisione, a mettersi in azione. È questo termine, “inventato” in occasione della traduzione della Bibbia in latino da San Girolamo, al centro dell’Anno Santo indetto da Papa Francesco.

Il biblista Paolo Curtaz, protagonista al Festival Biblico di Vicenza con l’evento “Ritorno. Incontrare il Dio della misericordia”, si è “tuffato” nel “Vangelo misericordioso” per eccellenza: il capitolo 15 di Luca, quello del “Padre misericordioso”.

“La compassione di Gesù richiede la giustizia”

«Nei Vangeli – ha esordito Curtaz – emerge spesso la compassione di Gesù. Alcuni cristiani dicono che la misericordia sia una specie di “libera-tutti” generale, che mette in crisi il concetto stesso di giustizia. In realtà la compassione di Gesù richiede la giustizia: la misericordia, quella vera, mi spinge ad intervenire, anche a costo di rimetterci di persona». Eppure, chi si riavvicina alla fede lo fa proprio per aver incontrato questo “volto misericordioso”. Raramente, al giorno d’oggi, ci si converte per paura.

“Ho capito che queste cose erano vere e che parlavano d’amore”

Prima di affrontare il testo di Luca, Curtaz ha riletto un po’ la sua storia: «Durante l’adolescenza avevo tralasciato la fede. A 17 anni sono stato trascinato a forza da un’amica all’incontro con un prete e ho sentito cose che non avevo mai sentito o che non avevo mai voluto sentire: soprattutto, ho capito che questo prete ci credeva, che queste cose erano vere e che parlavano d’amore». È questo il vero cuore del cristianesimo: «La Misericordia non è il tema del Giubileo ma l’essenza stessa del cristianesimo. Provo un po’ di disagio quando i cristiani parlano di un Dio che sbatte i piedi sul tavolo o che serve a dare identità».

Misericordia in tre parti

Pochi ricordano come il Vangelo del “Padre misericordioso” non sia altro che la terza parte di una parabola più grande sulla misericordia: «La prima parte è la “pecorella smarrita”, un pastore tenerissimo che non solo rischia di perdere le altre pecore nella ricerca di quella dispersa, ma che quando la ritrova, invece di picchiarla, se la carica sulle spalle. Una pecora! Non un agnello: pensiamo solo a quanto pesa». Segue subito la parabola della donna che perde una dracma delle dieci che aveva, la ritrova e per questo fa una festa esagerata.

Un Dio “concorrente”

Andiamo alla parabola, un tempo nota come il “figliol prodigo”: «Il figlio minore ha una brutta idea del Padre. Lo vede in concorrenza con la sua felicità, un po’ come noi a volte vediamo come Dio concorrente dell’umanità. Esce e chiede l’eredità, ma in tutte le culture l’eredità di chiede dopo la morte, è come se il figlio si augurasse la morte del padre. Non gli spetterebbe nulla». Eppure il padre tiene la porta aperta.

Ma nessuno gliene dava

Ritroviamo il figlio minore in un Paese lontano, dov’è fuggito quasi a mettere distanza tra lui e il padre. Luca ci dice che avrebbe voluto cibarsi delle carrube che mangiavano i porci, gli animali impuri per eccellenza, ma “nessuno gliene dava”. Perché non se le è prese da solo? «Perché nessuno gli dava da mangiare, a nessuno, in sostanza, importava qualcosa di lui – ha spiegato Curtaz – così la mette giù semplice e dice: “Sono un cretino”. E decide di tornare».

Un pentimento… Quanto sincero?

Curtaz ha rivelato qualcosa che forse tutti abbiamo pensato ma che non avevamo osato dire ad alta voce: «Quando l’ha scritta anche il cardinale Ratzinger, mi sono fatto forza. Il figlio minore non è affatto pentito: ha solo fame. E addirittura si dà una punizione preventiva, dicendo di essere trattato come un servo. È squallido. Ma a Dio basta anche quello». Curtaz ha citato l’esempio dei suoi giovanissimi che al termine del mese di maggio, ogni anno, affollavano di prima mattina una chiesetta di Aosta: «Andavo alle loro spalle e li prendevo in giro: “Santo scrutinio martire”, e si arrabbiavano. Ma Dio prende anche queste preghiere».

Il protagonista è il Padre

Passiamo al figlio maggiore, offeso profondamente per la bontà del padre e per la sua decisione di uccidere il vitello grasso, a quei tempi e in questi posti una bestia più unica che rara, sbotta: “Non mi hai mai dato un capretto”. «Il padre – ha osservato Curtaz – avrebbe potuto dire: “Ma me l’hai mai chiesto?”».

È questo padre, un padre buono che non giudica, il vero protagonista della parabola: «Sembra debole a tratti, corre, getta le braccia al collo di chi ha sbagliato, non recrimina, ma tiene le porte aperte. A me sconcerta questo padre che ci lascia liberi, liberi anche di rovinarci».

Un Dio troppo buono? «Mi chiedo a questo punto se Dio è così per davvero. Ma fino a qui arriva il Dio di Gesù? Sì, fino a qui», è la risposta di Curtaz.



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