Rosario Livatino: don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa ricordano “un giudice giusto” lasciato solo contro la mafia

Rosario Livatino: don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa ricordano “un giudice giusto” lasciato solo contro la mafia

“Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno, verrà il giudizio di Dio!”.

Tutti ricordano queste parole, pronunciate a voce alta da Giovanni Paolo II contro la mafia dalla Valle dei Templi, ad Agrigento, il 9 maggio 1993. Ma pochi sanno che ad messo nel cuore del Papa quella santa inquietudine che l’avrebbe poi portato a gridare con disarmante chiarezza l’incompatibilità tra malavita e Vangelo, era stato l’incontro privato, avvenuto poche ore prima, con Rosaria e Vincenzo Livatino, anziani genitori di Rosario, il “giudice ragazzino” ucciso dalla mafia nel 1990 all’età di 36 anni. Un esempio cristallino di cristiano e di uomo delle istituzioni, per il quale ora è aperta una causa di beatificazione.

A tracciare la figura del giudice Livatino al Festival Biblico di Vicenza c’erano il presidente di Libera don Luigi Ciotti e il sociologo e giornalista Nando Dalla Chiesa.

 

Era rimasto solo

«Mi telefonò alle 11 del mattino Carmine Mancuso dell’antimafia di Palermo: “Hanno ucciso un giudice” – ha rievocato quel giorno Dalla Chiesa – quando ci hanno detto il nome, ci siamo accorti che non lo conoscevamo. È stato uno schiaffo: si verificava in quel momento la teoria della solitudine delle vittime della mafia, elaborata dopo l’assassino di mio padre in un’intervista a Giorgio Bocca: “La mafia colpisce le persone per lei pericolose quando vengono lasciate sole”». Livatino era un giudice integerrimo, riservatissimo, che svolgeva con scrupolo il suo ruolo di uomo di legge non lasciando trapelare le sue convinzioni. «Livatino aveva 28 anni quando aveva osato indagare sul blocco di potere dei Cavalieri del lavoro di Catania. Pur non essendo a Catania aveva trovato le tracce della loro presenza nell’economia agrigentina.» Un “giudice ragazzino”, come tanti altri della sua generazione, capaci di mettere in discussione i rapporti perversi tra il potere politico, quello economico e quello giudiziario. Così li aveva definiti il presidente della Repubblica di allora Cossiga.

 

“Non mi sono mai mosso da dove lo Stato mi ha messo”

Nando Dalla Chiesa appena dopo la morte del giudice si è messo all’opera per raccontare la sua storia: «L’ho sentito come un dovere verso la sua memoria. Giovanni Falcone, in un articolo sulla Stampa, aveva scritto che dopo pochi mesi tutti si sarebbero scordati di Livatino: per fortuna non è andata così. Proprio per questo volevo mandare il libro a Falcone dopo averlo presentato la prima volta il 23 maggio del 1992, ma poi ci arrivò la notizia della strage di Capaci». Livatino, in poche parole, era un uomo che faceva il suo dovere e per questo era stato lasciato solo; furono due suoi superiori a venderlo a Cosa Nostra. «Un magistrato mi portò in campagna per parlarmi, temendo intercettazioni nel suo ufficio. Gli domandai perché in questa situazione alcuni giudici facessero “il passo più lungo della gamba”. Mi rispose: “Io non ho mai fatto un passo più lungo della gamba, non mi sono mai mosso da dove lo Stato mi ha messo. Ma quando bisogna difendere la legge e ti volti, vedi che nel frattempo gli altri hanno fatto un passo indietro: sono gli altri ad esporti, quando non fanno il loro dovere”».

“La mafia porta soldi e voti”

La missione sacrale del “proprio dovere” come primo argine alla criminalità organizzata ha permesso in questi anni di fare tanti passi avanti. Ma non basta: «Non c’è verso per la politica di capire che la mafia è tra i primi problemi del Paese. Ormai ci ho rinunciato. Perché lo Stato ha invece combattuto con successo i terroristi? Perché la mafia porta soldi e voti, i terroristi non portavano né soldi né voti».

Fare il proprio dovere non basta più: «Ognuno deve fare qualcosa di più del suo dovere, altrimenti il vuoto lasciato dalla politica non si potrà riempire mai».

La Chiesa “non interferisca”

Don Luigi Ciotti ha ricordato quegli anni, durante i quali la Chiesa ha preso saldamente posizione a partire dal suo vertice indiscusso: «Dopo l’incontro del Papa con i genitori di Rosario Livatino e il discorso dalla Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, la mafia si è sentita toccata nel vivo, e ha risposto. Il 27 luglio dello stesso hanno piazzato esplosivo in due chiese di Roma. Il 19 agosto, in America, il collaboratore di giustizia Marino Mannoia, ha chiamato l’FBI per dire che gli uomini d’onore hanno sempre rispettato la Chiesa e i sacerdoti, ma ora dicevano “non interferite”. Un mese dopo veniva ucciso don Pino Puglisi, qualche mese dopo don Peppe Diana. Questa successione di date è tutto fuorché casuale».

Livatino: magistrato, credente, uomo

Il “martirio” (dal greco testimonianza) di Rosario Livatino non si limita alla sua uccisione, il 21 settembre 1990, sulla superstrada Canicattì-Agrigento, ma inizia fin da subito: «Era una persona integra. Il lato umano, professionale e spirituale si fondevano l’uno con l’altro in assoluta coerenza e continuità. Non è retorica». Bravo a scuola, ma non un secchione, era il primo ad aiutare i compagni in difficoltà, ma era anche rigoroso e intransigente verso se stesso, tanto da rinunciare, durante lo svolgimento di un compito in classe, a copiare dal suo compagno anche se in preda a un febbrone. Ma questa aderenza totale alle regole e alla legalità non gli avrebbe impedito di dimostrare altrettante doti di generosità: «Mandava in carcere chi doveva mandare in carcere, ma in assoluto silenzio si levava parte dello stipendio per sostenere le donne e i figli di chi aveva, giustamente, punito per la sua colpa».

L’umanità prima di tutto. Livatino richiamò un ufficiale di polizia che stava compiaciuto di fronte al corpo di un boss ucciso durante un regolamento di conti: «Di fronte alla morte chi ha fede prega, chi non ce l’ha resta in silenzio».

“Non si può essere giudici senza essere giusti”

Insomma, chi era Livatino? «Un magistrato credente che non ha mai confinato la fede in una sfera intimistica. Non solo non ha fatto della fede un salvacondotto contro i dubbi, ma ne ha fatto un pungolo, un’ulteriore responsabilità, saldando la dimensione del magistrato, del credente, del cittadino».

Ciotti ha ricordato un intervento che Livatino ha tenuto il 30 aprile 1986 dalle suore di Canicattì, il suo paese, nel quale smentisce il presunto antagonismo tra carità e giustizia, richiamando il compito difficilissimo della decisione, che per il magistrato credente diventa “realizzazione di sé, preghiera e dedizione a Dio, in un rapporto diretto con Lui”, nella cancellazione di ogni vanità e superbia personale. Un servizio, una missione: “Il compito del magistrato – scriveva Livatino – non è solo rendere concreto il comando astratto della legge, ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo, non un fine”. «Per lui – conclude Ciotti – non si può essere giudici senza essere giusti».

Ora che il processo di beatificazione procede l’auspicio è che il “giudice ragazzino” possa diventare santo senza venir ridotto ad un santino.



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