Soli, anche se impegnati e solidali?, di Tommaso Vitale, docente di sociologia

Fare comunità, tenere nel tempo

 

La pandemia ha suscitato straordinarie solidarietà. Per proteggere le persone più fragili, molti giovani si sono mobilitati per aiutare, rendersi vicini, essere presenti pur nel rispetto della distanza necessaria. Gruppi scout, società sportive, sindacati, parrocchie e molti altri gruppi ancora, anche quelli un tempo poco e per niente attenti su temi della povertà e della fragilità, si sono mobilitati con una tempestività e un’efficacia straordinaria (Vitale, Stasolla, 2020). Diverse ricerche hanno iniziato a documentare le forme di azione in comune emerse, la loro capacità di coinvolgere nuovi volontari e creare legami (Vitale, Recchi, 2020).

Parlando con molte persone che si sono impegnate, o che sono ancora impegnate in queste nuove forme di azione concreta, per fare comunione, comunicare e agire insieme, ho tuttavia riscontrato un certo sentimento di solitudine.

Certo, nel corso del lockdown, anche coloro i quali possono uscire non hanno certo le opportunità di amicizia e relazione dei tempi ordinari. Ma più in generale, non è solo un problema di socialità e relazioni. La socialità è certamente un punto di difficoltà dei nostri tempi, nel prevalere di cerchie di interazione sempre più ristrette, sempre più mediate da dispositivi elettronici, senza né una narrazione né un richiamo simbolico e istituzionale per affermarne il valore (Sznaider, 1998). Questo appunto da tempo. Nelle grandi città si coltivano al contempo al tempo stesso l’indifferenza civile verso gli abitanti, il radicamento nelle reti sociali del proprio quartiere, e un senso di responsabilità per la qualità dell’inclusione e dei servizi essenziali della città che non sempre si esprime in azioni (Andreotti, et al., 2015). Ma la pandemia ci fa dubitare delle possibilità di incontro leggero con persone poco vicine, ci preoccupa, e in generale ci fa dubitare del valore di una socialità ordinaria e aperta (Vitale, 2020). Ci rivolgiamo alla tecnologia per ricevere qualche forma di riconoscimento, e dei segnali di attenzione, e inventare delle strade verso un minimo di convivialità nella vita quotidiana (Morelli, 2019). Più che mai parliamo a noi stessi, a volte perdendoci nel nostro foro interiore, senza socialità a compensare i limiti psichici dell’individualismo riflessivo.

Il sentimento di solitudine espresso anche dalle persone più impegnate e solidali nel corso di questa pandemia va preso sul serio, e non derubricato a un mero effetto psicologico passeggero perché contingente. E una solitudine a cui non basta l’azione collettiva di gruppo. A cui non bastano luoghi, piattaforme e spazi di incontro. Una solitudine che non ha un carattere esistenziale, depressivo o psicologico. Questa solitudine non ha più ormai il significato che questo concetto ha assunto negli studi sull’azione volontaria e il capitale sociale, a partire dal celebre studio di Robert Putnam (2000), per cui si trattava in fondo di una deprivazione di amicizie e relazioni significative.

Questo senso di solitudine attraversa tanti di noi, nonostante gli amici, i familiari, l’aiuto generoso di vicini e volontari.

E’ una solitudine data dal difficile fare i conti con un cambiamento repentino di abitudini, opportunità e stili di vita. Una solitudine che emerge dalla difficoltà di fare ricorso ai saperi dell’esperienza in una fase inedita per tutte e tutti. Quello che alcuni chiamano spaesamento, accentuando gli elementi cognitivi, emerge nel racconto di cittadini che aiutano e sono aiutati come una solitudine nello stare di fronte ai cambiamenti spaesati non riescono a stare con gli altri di fronte all’incertezza, a usare le loro relazioni conviviali per fronteggiare lo spaesamento per il futuro. Non hanno coordinate per leggere i cambiamenti, e non trovano sostegno nelle cerchie di relazioni che hanno. Si sentono soli di fronte al futuro. E’ una solitudine in cui la propria cerchia ristretta non basta più (Sorgi & Bertè, 2020).

Non è mancanza di socialità, ma di una socialità in cui non si riesce a dialogare e condividere l’incertezza sul futuro.

Nella pandemia siamo costretti a diminuire il numero di persone che frequentiamo. Tuttavia, più che con una dimensione “quantitativamente” relazionale (quanti amici hai), emerge un tipo di solitudine che ha più a che fare con la dimensione temporale: “Mi sento solo perché temo interruzioni nelle relazioni che ho”.

Si aprono delle domande inedite alle forme di azione comune che associano le persone: non solo domanda di azione e relazione, ma anche domanda di percorsi “evolutivi” che dureranno, che non si interromperanno. Si tratta quindi di una solitudine non disperata, non depressiva, e che interroga non tanto i legami fra le persone, ma i legami fra le persone, il loro passato e un futuro difficile da anticipare e indirizzare.

Le tensioni che attraversano i gruppi di volontariato ci parlano della necessità di riaprire ed esporre al futuro azioni, concretezze, servizi, luoghi, diseguaglianze di accesso, piattaforme solidali e stili di relazione . Esporre al futuro accettando di parlarsi del futuro. Anche per costruire coalizioni capaci di sostenere politiche pubbliche che dicano di un futuro comune (Vitale, 2018), ma non solo: di metterci tempo e cuore per non evadere le preoccupazioni che il futuro suscita.

Se per tanto tempo gruppi e associazioni si sono esercitati nell’arte di parlare di sé e delle propria azione, dentro un paradigma tecnico finalizzato ad raccontare la propria esperienza considerata come un esperimento da valorizzare e diffondere per migliorare la società, oggi questo registro stride con il modo con cui la solitudine delle persone ci chiede di affrontare il futuro (Rosina, 2018). Ne consegue, mi sembra, e se non mi sbaglio, un nodo di non secondaria importanza, e in buona misura inedito. Il rapporto fra l’agire insieme e il futuro auspicato non si può’ più limitare alla auto-presentazione di sé, e delle migliori condizioni di politica pubblica per essere sostenuti e finanziati. Oggi “esserci” per sé e gli altri assume significato anche nell’orizzonte temporale e non solo in quello spaziale. Esserci nel senso di rimanere in relazione, non nel senso di essere qui. Ci sono non solo per dire adesso sono qui con te, ma per dire resto con te. Quali che siano le esigenze di cambiare e modificarsi a fronte di scenari incerti e imprevedibili, per fare comunione con gli altri forse occorre proiettarsi nel futuro e non interrompersi. Proiettarsi nel futuro e proiettare gli altri in un futuro in cui non saranno tanto soli come si sentono ora nel tessere le connessioni fra la loro storia passata e il futuro che non riescono ad immaginarsi.



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