Svegliate il mondo! La testimonianza di suor Laura Girotto

Svegliate il mondo! La testimonianza di suor Laura Girotto

“Svegliate il mondo!”.Lo spunto lo offre l’ultimo libro delle due vaticaniste Alessandra Buzzetti e Cristiana Caricato . Sulla scia dell’esortazione che papa Francesco ha rivolto ai religiosi, le due giornaliste hanno raccontato le vite di molti testimoni della profezia del Vangelo.«Per me è stata un’esperienza molto bella – ha dichiarato al Festival Biblico Alessandra Buzzetti- abbiamo incontrato non dei santini, ma uomini e donne pienamente realizzati all’interno delle loro realtà complesse». Tra queste persone anche suor Laura Girotto , missionaria salesiana in Etiopia, presente con la giornalista al Festival Biblico per raccontare. E raccontarsi.«Il mio arrivo in Etiopia, nel febbraio 1993, è stato a dir poco avventuroso. Sono arrivata al termine di una dittatura, dopo la fuga di Menghistu in Zimbabwe. Il territorio era devastato: Menghistu aveva pensato bene di gettare defoglianti e armi chimiche per stanare i guerriglieri, ma questi, abili montanari, si erano rifugiati nelle grotte. Il danno, però, ormai era fatto: in un territorio nel quale l’agricoltura era l’unica fonte di sussistenza, non si potrà coltivare per decenni».Suor Laura Girotto era arrivata pensando di poter contare sulla presenza di suore vicine: «La mia superiora aveva evidentemente capito male: suore non ce n’erano. Il prete e i due laici lì presenti non mi vollero ospitare perché non fossi vista come la “donna del prete”». La prima notte la passò in una tenda militare, suor Laura, dimostrando capacità di adattamento non comuni. «La mattina dopo mi sono vista circondata da una trentina di bambini. Hanno aspettato che mi svegliassi. Erano spinti dalla curiosità, ma non sapevano la mia lingua né io sapevo una parola della loro. Ma uno mi ha preso per mano, sorridendomi, ed è così che è nata l’amicizia tra i bambini e una suora salesiana paracadutata in mezzo al nulla. In quelle zone non erano presenti missionari dal 1620».L’entrata nella “società” è arrivata più tardi: «Una mattina ho sentito dei gemiti. Era una ragazzina di 15 anni, in travaglio. Tra donne ci si intende subito. Ho usato quello che avevo e l’ho aiutata nel parto. Mentre l’assistevo, sono arrivate delle donne del villaggio: hanno osservato tutto. Quando è nato il bambino le donne hanno preso il sopravvento e hanno prima lavato la partoriente, poi hanno lavato me e infine ci hanno preparato un pasto rituale. Assistendo a una nascita sono entrata nella loro società».Tempo di assestamenti: «Dopo pochi mesi, nel settembre 1993, è arrivata una mia consorella. Abbiamo capito che l’educazione era l’unica strada percorribile per uscire, pian piano, da quella situazione di miseria, dipendenza e povertà assoluta. Dato che le possibilità nell’agricoltura erano andate distrutte, bisognava gettare le basi per una nuova economia. Ma prima ci voleva una cultura».Dai primi, pochi bambini dei primi anni ’90 ora le salesiane hanno una scuola con 1500 ragazzi: «I primi bimbi ora sono tornati come insegnanti preparati e capaci: hanno frequentato l’università e si sono rimessi a disposizione». Ma la situazione resta difficile: «Il 13% delle mamme e dei bambini muore ancora per incidenti o per malattie che in Occidente, da noi, sono banali. Non siamo infermiere: abbiamo però avviato la costruzione di un ospedale ora affidato alle suore del Cottolengo e ai Memores Domini».Laura Girotto parla ancora dell’Africa, di una terra maschilista e di una vita da madre. «Essere madri non è solo una questione biologica. Da piccola mia mamma mi vedeva giocare sempre con le bambole ed era sicura che avrei avuto tanti figli. In effetti, sono legalmente madre di 63 orfani. E ora sono anche nonna. Mi è toccato accompagnare al matrimonio alcune delle mie figlie, prendendo parte al rito dell’accompagnamento nella camera nuziale dei due sposi».È la Provvidenza che accompagna l’opera di suor Laura Girotto: «Vengo in Italia solo per battere cassa e chiedere soldi – sorride – ma la Provvidenza non ci lascia mai, esattamente come per don Bosco, che si trovava miracolosamente le offerte giuste per pagare il conto del panettiere. È successo anche a me, quando ero venuta in Italia per raccogliere dei soldi per un camion, di aver ricevuto un offerta in extremis dalla moglie di un industriale come ringraziamento perché una figlia, vittima di un incidente, si era ripresa contrariamente alla diagnosi dei medici. Anche se non siamo persone degne di questi miracoli, con la Provvidenza non si scherza».Ma alla Provvidenza suor Laura chiede altro: «Prego di non abituarmi mai a certe tragedie. Quando una madre ti porta un figlio di due anni che pesa tre chili, pelle e ossa, gli occhi grandi, i denti cresciuti, e ti chiede di fare qualcosa quando sai benissimo che non puoi fare nulla, perché ormai tutti gli organi sono collassati, ti limiti a cullarlo mentre si spegne e continua a guardarti… Situazioni come queste ti mandano in crisi, ti fanno collassare, ed è giusto così, perché ogni vita è unica, irripetibile. Avvolgiamo questo corpicino in un sudario e lo mettiamo sopra l’altare. Perché è una vittima, una vittima nostra una vittima anche mia». L’importante è continuare: «Noi mangiamo tre volte al giorno, ma lavoriamo sette giorni su sette diciotto ore al giorno. Abbiamo chiesto ai superiori di ridurre il cibo dalle nostre tavole, ma loro sempre ci dicono che dobbiamo mangiare per continuare a lavorare, lavorare tanto e lavorare a lungo. È solo così che possiamo essere utili qui, in Etiopia».Un grazie all’Italia: «C’è una crisi grande, ma noi siamo un popolo grandissimo, che si dà sempre da fare. Anche con la crisi le donazioni sono continuate. Questo miracolo di Adua è anche merito vostro».



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