“Terre bibliche tra guerra e pace” – testimonianza e sacrificio nella Siria di Padre Dall’Oglio

“Terre bibliche tra guerra e pace” – testimonianza e sacrificio nella Siria di Padre Dall’Oglio

Tre anni fa padre Paolo Dall’Oglio, gesuita ri-fondatore dell’antico monastero di Mar Musa, in Siria, interveniva al Festival Biblico dopo essere stato espulso da Bashar al-Assad. Un mese dopo sarebbe stato rapito dall’Isis. La sua sorte è ancora ignota.

Al Festival Biblico di Vicenza suor Deema Fayyad della comunità di Mar Musa è venuta a raccontare il piccolo miracolo di un presidio di testimonianza che continua a vivere, nonostante l’asperità del periodo attuale.

Gli esempi arrivano da padre Christian de Chergé, priore del monastero di Tibhirine in Algeria, vittima nel 1996 assieme a sei suoi confratelli della violenza terroristica e da padre Jacques Murad, rapito il 21 maggio 2015 e liberato dopo quattro mesi e mezzo di torture dell’Isis grazie all’aiuto di alcuni musulmani a cui aveva fatto del bene: “Io non so come Dio ogni giorno mi abbia dato la forza di restare calmo e mite – aveva dichiarato Murad – Ma giorno dopo giorno ho scoperto che la mitezza può essere in grado di sconfiggere ogni violenza”.

«Siamo stati abbattuti – gli fa eco suor Deema – abbiamo avuto momenti di sofferenza in cui non capivamo dove andare e cosa fare, con membri della comunità rapiti in un Paese che va verso la distruzione. Eppure, il Signore con la sua Misericordia è sempre stato presente. Sono qui per testimoniare più gli spiragli di luce che il buio della guerra».

Il martire di Tibhirine padre Christian de Chergé elencava così i suoi cinque pilastri di pace: pazienza, povertà, presenza, preghiera e il perdono. Il perdono è l’ultimo, e non è un caso: «Il perdono è un cammino. In Siria ci sono molte zone isolate ormai abituate a ragionare in termini di amici e nemici. La paura e l’odio sono sempre più efficaci, ma l’odio si sviluppa in virtù dell’ignoranza di ciò che gli altri stanno vivendo. Per arrivare al perdono in Siria forse dobbiamo abbattere prima le frontiere che ci separano».

La comunità di Mar Musa fondata da Padre Dall’Oglio aveva come obiettivo primario quello di superare queste frontiere: «Siamo monaci: la nostra vita è basata sulla preghiera, sul lavoro manuale e sull’ospitalità, prendendo come esempio Abramo che ha accolto Dio nella sua tenda». La vocazione è quella al dialogo interreligioso; lievito tra la maggioranza musulmana: «Parlare di vocazione adesso in Siria potrebbe sembrare follia, ma questa follia potrebbe rivelarsi profezia. Tra i collaboratori al monastero ci sono anche alcuni musulmani. Uno ci ha detto: “Sono contento di lavorare qui. Penso che se costruisco la casa di Dio sulla terra il Signore mi concederà una casa nel cielo”. Alcuni potrebbero pensare che questa frase è stata pronunciata solo perché lavora da noi, ma questa persona ha deciso di restare da noi anche nei momenti più critici e pericolosi, tanto da offrirsi come scudo nell’eventualità dell’arrivo dei terroristi».

Suor Deema ha mostrato molte foto scattate a Mar Musa in tempi più felici, prima che il conflitto imperversasse. Tanti i momenti di dialogo e di vita insieme, musulmani e cristiani: «La prima vittima dell’Isis è l’Islam stesso. I violenti non rappresentano l’Islam, un miliardo e mezzo di persone non sono potenziali terroristi». Di più: «Ho capito che dobbiamo pregare per i violenti. Sono persone che hanno deformato l’immagine di Dio dentro di loro: sono i primi sofferenti. Questo non giustifica in alcun modo le loro azioni, ma dietro ogni progetto estremista si nasconde un desiderio di miglioramento». Per suor Deema Fayyad«Dobbiamo immaginare cosa prova l’altro, mettersi nei suoi panni e capire perché lo fa. Inoltre, è necessario creare un ponte con la spiritualità musulmana: nell’Islam esistono dei personaggi spirituali che con la loro vita, nel sacrificio di se stessi, evitano la distruzione del mondo. Io qui vedo la nostra vocazione di cristiani: amare il Maestro fino ad essere capaci di offrire tutto ciò che abbiamo».

Padre Dall’Oglio al Festival Biblico 2013

Dopo la guerra i monaci di Mar Musa si sono dati da fare per restaurare le case danneggiate, sia dei musulmani che dei cristiani, portando avanti anche progetti per permettere ai giovani di lavorare senza essere costretti a fuggire in Europa: «Puntiamo a creare degli spazi per i bambini, dove questi possano esprimersi attraverso la musica e l’arte. Vogliamo superare insieme il dramma della guerra: citando Etty Hillesum “se questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle cose superflue di questa vita, sarà stato inutile”. Voglio testimoniare che il dolore dei siriani non è stato inutile».



X