Umberto Ambrosoli si racconta e racconta il padre in un’intervista. Sarà ospite a Rovigo

Umberto Ambrosoli si racconta e racconta il padre in un’intervista. Sarà ospite a Rovigo

Le esperienze legate alla vita dei propri cari, vissute nell’ambito della propria famiglia si trasformano con il trascorrere del tempo in testimonianze di vita profonde ed importanti su quelli che sono i grandi valori, la giustizia, il perdono, l’amore, la pace ed altri ancora. Di tutto questo si parla nella bella intervista di Settimio Rigolin all’avvocato Umberto Ambrosoli uscita su ‘La Settimana’ di Rovigo.
Ambrosoli sarà a Rovigo venerdì 20 maggio alle ore 21.00 in Piazza Matteotti in occasione della presentazione de “La Leggenda del grande Inquisitore – Perdono, giustizia, scandalo”. Il capolavoro letterario di Dostoevskij riproposto in voci, musica e immagini. Lo spettacolo vedrà la partecipazione di Teatro Insieme di Sarzano, del Conservatorio Venezze Rovigo e della Compagnia delle Nuvole.
Ambrosoli, Laurea in Giurisprudenza conseguita presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi dal titolo “La criminalità informatica nel sistema bancario italiano – Profili criminologici”, di origine milanese, ha ricoperto diversi incarichi a livello istituzionale, bancario, politico ed è stato nominato dalla Banca d’Italia in tre comitati di sorveglianza in procedure di rigore relative ad istituiti e società lombarde. Nel 2009 ha pubblicato il libro “Qualunque cosa succeda”, che narra la vicenda del papà, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, assassinato l’11 luglio 1979 da William Joseph Aricò, un sicario assoldato dal banchiere Michele Sindona. Il libro è stato vincitore di diversi premi e riconoscimenti.
Vi riproponiamo l’intervista come approfondimento in attesa di sentire Ambrosoli dal vivo.
Domanda – Dovendo presentarla ai lettori mi permetto di chiederle: chi è oggi l’Avvocato Umberto Ambrosoli? Risposta – Posso… avvalermi della facoltà di non rispondere? A parte gli scherzi, più di chi sono oggi, Le dico cosa mi interessa maggiormente di ciò che sono, cosa ha più senso per me: l’essere marito e padre. Poi, ben distante, segue il resto: avvocato penalista, consigliere regionale, saggista, ecc…
D – La vita della vostra famiglia è stata segnata da un grande evento che ha generato dolore immenso e indescrivibile sofferenza. Riguardo a questo evento lei cosa può dire?
R – Vorrei sfuggire all’enfasi. C’è stata la sofferenza di una perdita: e queste sono più o meno tutte uguali. La mia non è stata, nella sua sostanza profonda, diversa da quella di altri bambini che in altre circostanze (caratterizzate o meno dalla violenza) hanno perso il proprio padre. Anche perché da bambini è quello che conta: non il chi è stato, non se c’è un colpevole, non se era o meno evitabile, non se è un incidente, una malattia, un omicidio. Conta l’assenza, il vuoto. Negli anni, crescendo, ho colto il significato pubblico dell’assassinio di papà, l’assurdità delle motivazioni di quell’omicidio, l’evitabilità di quel gesto, il percorso lungo cinque anni che a quell’epilogo ha portato. Ma ho colto anche le motivazioni di papà, il senso della sua testimonianza. Approfondire la storia dell’Italia di quegli anni (così più violenta e complessa del nostro presente) mi ha permesso di comprendere con nitore quale intreccio di poteri occulti, di malaffare, di corruttela, di criminalità papà avesse accettato di sfidare. E crescendo, anche diventando a mia volta padre, ho sempre più apprezzato il valore delle sue motivazioni, tra le quali certamente ha avuto un ruolo determinante quella di dare l’esempio a noi figli.
D – In questi anni dove ha trovato, o avete trovato, la speranza, l’amore, la forza per proseguire il cammino della vita?
R – L’esempio di vita di papà è luminoso. Il suo esercizio della libertà e della responsabilità è qualcosa che riempie la vita. Che ne concretizza il significato. Ricordo, non con precisione lessicale, ciò che ha detto Paolo VI a proposito del proprio padre: “Non ha mai sacrificato, per la vita, le ragioni della vita”. Posso dirlo anch’io, di papà. E questo è per me un incitamento quotidiano a vivere appieno, a cercare di realizzare le ragioni della vita.
D – Dalla sua esperienza con quali parole è possibile definire la giustizia?
R – Non so se è l’esperienza riconducibile alla vicenda di papà, o gli studi e la professione che svolgo, ma l’idea di giustizia è – a mio parere – un’aspirazione secondo cui il diritto non è sacrificabile all’uomo e alle sue ragioni, allo Stato ed alle sue istituzioni. Sembra poca cosa, ma in verità è qualcosa di enorme e sfidante: individualmente e per la collettività.
D – E riguardo al perdono?
R – La radice della parola (dono) viene vista quasi sempre nella prospettiva del destinatario, ma a me preme segnalare come anche chi fa il “dono” abbia una gioia, un appagamento, una liberazione. Il perdono, cioè, lungi dall’essere un dovere o solo l’oggetto di una curiosità della cronaca (“Lei perdona?”) al verificarsi di fatti ingiusti e drammatici, è ciò che può meglio arricchire contemporaneamente la vita di vittima e carnefice.
D – Stiamo vivendo il Giubileo straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco. Come definire la Misericordia?
R – L’altro giorno mi è capitata tra le mani una frase nota che recita, più o meno: “Le persone che incontri stanno combattendo una guerra della quale tu nulla sai. Sii gentile”. Mi ha colpito: per la sintesi, per l’incitazione a tenere le antenne alzate, a vivere con sensibilità anche in quel frammento di rapporto che è l’incontro con una persona sconosciuta. La radice cor-cordis, cuore, interroga i nostri sentimenti, le nostre emozioni e la parte più vitale di ciascuno di noi. Ma la Misericordia è ben di più, è azione verso la sofferenza altrui. Ed ovviamente il perdono ha molto a che fare con la sofferenza. La sua redenzione del colpevole, la possibilità per lui di comprendere il male che ha determinato, di soffrire e di liberarsi poi maturando di questa sofferenza, dovrebbe interessarci.
D – Mi permetto di chiederle una parola riguardo la figura di Papa Francesco e il suo ministero?
R – E’ la dimostrazione vivente della capacità della Chiesa di rigenerarsi. Penso che la sua opera sia troppo straordinaria per una risposta necessariamente sintetica. Dico solo che mi sento fortunato a vivere sotto il suo ministero.
D – Il mondo oggi appare sempre più immerso nel male, nel dolore, nella morte. Ma è proprio cosi?
R – No. Proprio no. Combatto una mia piccolissima “battaglia” negli incontri pubblici degli ultimi mesi. E’ contro quello che potremmo definire il piagnisteo deresponsabilizzante. Il cui presupposto è dire che va tutto sempre peggio e che prima si stava meglio. Guardo all’Italia degli agli anni in cui papà ha vissuto la sua esperienza di commissario liquidatore: anni in cui c’era – già – da avere paura a prendere un treno, perché c’era chi faceva esplodere i treni. C’era – già – da avere paura a prendere un volo: perché c’era chi abbatteva gli aerei di linea. Ma c’era da aver paura ad essere magistrato, sindacalista, direttore di un Ospedale, manager di un’azienda pubblica, amministratore locale, giornalista, persona delle istituzioni, esponente politico, ecc… perché c’erano gruppi terroristi che ti eleggevano a bersaglio e ti sparavano per strada. C’era una tossicodipendenza da eroina talmente diffusa da farti incontrare ogni giorno nelle strade della tua città i volti di chi aveva rinunciato alla vita. C’era la piaga dei sequestri di persona, alcuni dei quali si sono conclusi senza neanche la restituzione di un corpo da seppellire in una tomba innanzi alla quale piangere: anche il corpicino di un bambino. Potremmo continuare…. No. Non va tutto peggio. E se ci raccontiamo che le cose sono peggiori è per costruirci l’alibi per meno impegnarci nel migliorare il nostro tempo. Ed il male del nostro tempo, forse, è proprio qui: nella deresponsabilizzazione sempre in agguato, evidentemente con fascino.
D – Pensando ai giovani e alla famiglia quali valori sono da considerare importanti, da consegnare alle future generazioni?
R – Non vorrei sembrare sbrigativo, ma il richiamo a quella frase di Paolo VI è per me una buona risposta: cogliere il senso della propria vita produce responsabilità, libertà e voglia di protagonismo (inteso proprio come voglia di fare ciò che è coerente con il senso della vita).
D – Quanto è importante custodire e trasmettere la memoria di chi ha pagato con la propria vita per difendere i veri valori?
R – Le testimonianze di vita sono più credibili di ogni altro modo di trasmettere significati. Nel mio libro “Coraggio” (Il Mulino, 2015) racconto di una bambina che torna a casa dopo una lezione, nella sua scuola elementare di Palermo, sull’esempio di vita di Libero Grassi. Rivolgendosi al padre, commerciante, lei chiede: “Tu non lo paghi il pizzo, vero?”. Il padre, che lo pagava, si è vergognato e ha detto a sua figlia: “No”. Non era una bugia, era un impegno per il futuro. Ed egli è una delle anime di Addiopizzo, straordinaria esperienza civile di quella città, esperienza straordinariamente efficace nel contrasto a quel fenomeno criminale. Ecco una prova di quanto sia importante trasmettere certi esempi. (Nella foto Umberto Ambrosoli)
Settimio Rigolin


X