Un cielo nuovo e una terra nuova, di Ludwig Monti, biblista

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21,1)

È l’incipit dei due capitoli finali dell’Apocalisse, congedo di tutta la Bibbia: la visione della nuova Gerusalemme, la Gerusalemme celeste (cf. Ap 21-22). Il visionario Giovanni contempla il compimento della più grande promessa del profeta Isaia (cf Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13), e simultaneamente la discesa dal cielo, da Dio, della città santa, la Gerusalemme nuova ormai compiuta nella sua condizione di sposa dell’Agnello.

 

In questa visione viene rivelato il mondo come Dio già lo vede e lo prepara: il suo Regno. La novità finale, cioè il dimorare per sempre di Dio con gli umani (cf. Ap 21,3), il suo essere “il Dio tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,28), e insieme la fine del lutto, del lamento e addirittura della morte (cf. Ap 21,4), possono trovare già qui e ora un’anticipazione: dove vi è un’esperienza di amore autentico, là è presente l’amore di Dio in noi, e la nostra vita partecipa delle energie d’amore di Dio, capaci di vincere la morte. Si pensi alla portata di tale affermazione per tutti gli uomini e le donne, semplicemente in quanto umani: già qui, già prima della morte, «chi ama è passato dalla morte alla vita» (cf. 1Gv 3,14). Certo, vinceremo definitivamente la morte nel Regno, grazie alle energie di vita donateci dal Risorto; ma è possibile predisporre tutto per tale evento, vivendo quell’amore che già oggi ci fa partecipare almeno un po’ alla vittoria dell’amore sulla morte. Non è forse questo l’abbozzo di un cielo nuovo e di una terra nuova?

Non a caso, nel prosieguo di questo capitolo l’Apocalisse annuncia che la vera liberazione non è se non dalla morte, dal male e dal peccato: essa spera la morte della morte, la fine del peccato, spera in un Dio che asciugherà le lacrime da tutti i volti (cf. Ap 21,4.27; 22,3). Leggendo questo ultimo libro delle sante Scritture, il cristiano poggia la follia della sua speranza sull’inaudito avvenuto in Cristo. Sotto l’impulso di questo amore che nel Cristo morto, risorto e veniente ha la sua pienezza di narrazione e realizzazione, la storia è oggi il campo del non-ancora di un mondo senza lacrime e del già di ogni lacrima asciugata.

E quando il Cristo risorto diventa centro della speranza, allora l’essere umano non può più adattarsi alla realtà così com’è, ma cerca di mutarla rendendola simile al futuro annunciato, al Regno in cui non vi saranno più né il male, né la morte, né il peccato. Il realismo cristiano della speranza consiste nel prendere sul serio le possibilità sottese alla realtà, nel far emergere il suo potenziale nascosto sotto la superficie di una situazione segnata da ingiustizia, oppressione, violenza, peccato: un potenziale manifestato nella resurrezione di Cristo e che sarà dispiegato quale realtà perenne nel cielo e nella terra nuova preparati da Dio, nella Gerusalemme che scende dal cielo.

 

 



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