con Fabio Valerio (volontario, attivista)
Si ringrazia: Stemplast, Spiller, Telwin
È il mio passaporto che fa di me un essere umano? Attorno a questa scomoda domanda e a molti altri interrogativi senza risposta, si sviluppa questo spettacolo teatrale tratto dal diario scritto dall’autore durante un periodo di volontariato/attivismo trascorso sulla rotta balcanica con No Name Kitchen nel collo della bottiglia del Nord della Bosnia dove rimangono bloccate centinaia di migranti che cercano di entrare in Europa, dopo “viaggi”, percorsi ad ostacoli che durano molto spesso anni e che comportano indicibili traumi e sofferenze. Lo spettacolo nasce come un grido, un imperativo morale di testimoniare, di mantenere un faro acceso su ciò che accade a meno di quattro ore dalle frontiere italiane e vuole utilizzare la testimonianza come mezzo per resistere umani. L’autore è testimone, ma vive a sua volta un viaggio ai confini dell’umanità. Lo spettacolo tratta della violenza del confine che è allo stesso tempo fisico (frontiera) e metafisico (crea una percezione dell’altro come al di là, come diverso da sé). La disumanità infatti non ha confini, ma opera al confine.